lunedì 28 febbraio 2011

Racconto: Di notte alla torre

È una storia immersa in un’atmosfera cupa, quella vi stiamo per raccontare. Una trama scandita dalle ossessioni di un uomo, seduto ad una scrivania, in una fredda stanza, in un’antica torre. “Di notte alla Torre” è la storia che Andrea Colli Vignarelli ha scritto per noi.


In un freddo scantinato rimbombò il fragore del temporale.
Il lampo aveva illuminato il piccolo locale angusto, meglio della fioca luce della lampada ad olio. Muri gelidi, umidi, spogli come una camera funeraria. Un camino, i cui tizzoni, spenti da ore, giorni forse, odoravano appena di grigia cenere.

Ad una scrivania era seduto un uomo. Avvolto in una coperta senape, ispida, stava curvo su fogli sparsi.
Alle volte mollava la penna e dava un pugno irato alla scrivania. Altre volte si passava una mano fra i capelli e si distendeva all'indietro, sulla sedia. E parlava ad alta voce.
- È tutto sbagliato. Orribile. Sono ancora lontano dalla fine.
Poi abbassava gli occhi sulla pila di fogli; alcuni, molti, erano scritti. Ubriachi di cancellature fra cui spuntavano brandelli di frasi, solitari; altri fogli erano bianchi, altri ancora erano ghirigori di schemi che si attorcigliavano gli uni con gli altri.
La maggior parte, però, erano pagine accartocciate, strappate, dilaniate che riempivano lo scantinato.

Era uno scrittore e la scrittura aveva invaso la sua vita.

Anni prima aveva venduto tutte le sue proprietà per acquistare quella torre dimenticata nel fango dei campi; lì si era ritirato, per creare l'opera finale. L'ultima opera d'arte, la più grande.
I vicini non lo vedevano da due mesi, forse tre; per loro, indifferenti, era come se fosse morto. Poteva anche essere diventato il fantasma della torre, che mai ne aveva avuto uno e ora, forse, se l'era guadagnato.

In effetti era un po' scheletrico, l'uomo, non mangiava da tempo; riempiva febbrile solo fogli, fogli e ancora fogli, di cui era diventato schiavo. La sua opera...
- Sarà perfetta. Con questo... capolavoro... lei sarà mia. Di nuovo.
Infatti, l'uomo stringeva una foto sgualcita; una ragazza dai folti capelli chiari, sorrideva, sull'erba.

Per lei scriveva, da decenni, chiuso nello scantinato gelido. Si era dimenticato del mondo, inseguiva quell'opera d'arte finale con cui finalmente...
Si stiracchiò, alzandosi.
- Ci vuole del caffè. Ho l'ispirazione, sono vicino.
Così, attraversando la porta e un paio di muri, non si accorse di aver lasciato, alla scrivania, il proprio scheletro.


Di notte alla torre di Andrea Colli Vignarelli

Compleanno letterario

E' con piacere che si spengono 209 candeline per il compleanno (il 26 febbraio) dello scrittore, drammaturgo nonché poeta Victor Hugo, considerato il padre del Romanticismo in Francia.

Ha scritto di tutto, da opere di satira ai drammi e sono un'infinità le opere che possiamo considerare i suoi capolavori. Qualche titolo? Vi accontento subito: I miserabili, Notre-Dame de Paris, Lucrezia Borgia. E il mio preferito: L'ultimo giorno di un condannato a morte, un'opera tanto breve quanto intensa, un atto di accusa contro questa barbarie che lasciò il segno, soprattutto se si considera che in Francia, all'epoca, le teste rotolavano ancora piuttosto spesso.

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domenica 27 febbraio 2011

Racconto: Il problema erano gli occhi

In un angolo di mondo c’è un giovane artista. Il suo nome è Saverio. E Saverio ha un’ossessione. Un’ossessione che non può evitare, perché la ritrova ogni giorno sul volto di chiunque incroci il suo sguardo. Ecco la storia che Cecilia Forcherio ha scritto per noi.


Il problema sono gli occhi. Questo pensava Saverio, seduto in un angolo della piazza che da anni ospitava ritratti venduti a pochi euro a turisti e coppie di innamorati.
Occhi alla cui naturale perfezione non aveva saputo opporre un’inutile superiorità.
Null’altro, nella sua vita stropicciata e macchiata di grafite, era stato in grado di sciogliere i nodi che soffocavano un cuore troppo spaventato per concedersi.
E ancora, quei maledetti occhi, quei benedetti occhi, cui non sapeva ridar vita, nel pallore ombreggiato dei mille volti ritratti sul candore corrotto dei fogli. La cellulosa pressata ritrovava respiro nei sorrisi di giovani donne, o fra le pieghe pensose della pelle di un anziano. Ma qualcosa sfuggiva al suo tocco sensibile, qualcosa non si lasciava catturare dalle fibre avvezze a bere pensieri, ad essere vetrina di gesti catturati nell’infinito d’un istante. Qualcosa scivolava dalla stretta dell’ossessione di ridurre il mondo alle due dimensioni, nell’abbraccio delle pagine di un taccuino.
Un giorno, poi, si era rassegnato, aveva smesso di sbirciare nell’anima dei passanti dalla serratura delle loro profonde pupille.
Quella mattina alzai la saracinesca del bar. Nell’angolo di sempre – circondato da tanti fogli quante erano le volte in cui s’era lasciato catturare dalla fugacità della meraviglia – stava Saverio. Nulla pareva mutato, nella sua posa ricurva, nella figura sottile, nel tocco sicuro con cui il carboncino accarezzava l’album.
Ma qualcosa di diverso c’era: un paio di scure lenti a schermare le sue iridi grigie.
Saverio alzò lo sguardo, nella mia direzione, e con il capo accennò un saluto; un saluto nuovo che sussurrava vendetta: se il mondo aveva deciso di non concedergli la panoramica sul suo paesaggio migliore, lui stesso l’avrebbe negata al mondo. Da quel giorno solo schiene, spalle, mani. E ombrelli che celavano volti, e insignificanti dettagli, e riflessi di riflessi dell’anima della città.
Finché, una mattina, il vuoto nell’angolo di Saverio mi accecò.
So che non rivedrò mai più quell’artista. Ma sono certo che si sia fatto fregare una volta ancora.
E lo immagino in giro per il mondo – l’album sotto braccio, il carboncino in tasca – a inseguir la sua salvezza in uno sguardo ennesimo.


Il problema erano gli occhi  di Cecilia Forcherio

Libri: I più venduti della settimana

La settimana di Ibs.it vede primeggiare il romanzo Il profumo delle foglie di limone (Clara Sánchez, Garzanti), seguito da Odore di chiuso (Marco Malvaldi, Sellerio) e da La mappa del destino (Glenn Cooper, Nord).

La sezione riservata ai gialli e ai noir, in contemporanea, mette in fila La mappa del destino (Glenn Cooper, Nord), poi Odore di chiuso (Marco Malvaldi, Sellerio) e L' allieva (Alessia Gazzola, Longanesi).

Queste e tante altre top 100, se siete curiosi, le potete trovare su www.varesenoir.tk.

sabato 26 febbraio 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini



Carta bianca (di Carlo Lucarelli)
Euro 8,00 - Pagg.160 - Sellerio
Torniamo all'aprile del 1945. Negli ultimi giorni della repubblica di Salò, un omicidio di un pezzo grosso apre squarci sul mondo dei gerarchi, delle spie, dei finanzieri e sulla corruzione. Le indagini sono affidate al commissario De Luca, ma sono solo un pretesto per quella interrogazione morale in cui, spesso, il giallo confluisce. Le dittature si prestano a quella precarietà del diritto piena di malinconie per chi, investigando, è costretto a frugare nella vita delle persone, quasi si trattasse dell'ultimo rifugio per la giustizia.

La dodicesima carta (di Jeffery Deaver)
Euro 9,60 - Pagg.481 - BUR
Siamo a Harlem, nella biblioteca del Museo afroamericano. Una sedicenne cerca notizie di un suo antenato, un ex schiavo che si era battuto per i diritti civili della gente di colore. Mentre la ragazza è concentrata nelle sue ricerche, un uomo tenta di violentarla. Il buon vecchio Rhyme (che abbiamo imparato a conoscere ne Il collezionista di ossa) inizia a indagare con l'aiuto della fedele Sachs e, presto, scopre che l'uome voleva addirittura uccidere la giovane. E per fare questo, infatti, non ha esitato a uccidere il bibliotecario che, forse, aveva visto qualcosa. Il primo
indizio? La dodicesima carta dei tarocchi, ovvero quella dell'Impiccato. Da non trascurare, infine, l'ottima traduzione a cura di Andrea Carlo Cappi.

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La carta nella bottega del mistero




Una battaglia che cambiò la storia.

Nell’anno 751 un generale arabo sconfisse un esercito cinese nei pressi del fiume Talas, nell’attuale Kazakhstan. Tra i numerosi prigionieri catturati in quella occasione c’erano alcuni a conoscenza di un segreto che a lungo era stato custodito dall’Impero del dragone. Portati a Samarcanda essi furono convinti, o costretti, a mettere questa loro abilità al servizio dei vincitori. Fu così che a Samarcanda cominciò la prima produzione di carta nel mondo islamico, sottratta ai cinesi che ne custodivano il segreto da circa sette secoli.
Come molte altre invenzioni anche la carta viene dalla Cina. I Cinesi però non furono gli unici a scoprire questo segreto.
Sembra che già nel primo millennio a.C. una forma di carta fosse fabbricata ed utilizzata in Messico da quella che è considerata la più misteriosa delle civiltà precolombiane, quella Olmeca. Gli Olmechi svilupparono molti degli elementi ripresi più tardi dalle culture dei Maya e degli Atzechi, raggiungendo altissimi livelli culturali, prima di scomparire improvvisamente nel nulla. Tra le loro scoperte ci fu anche la fabbricazione della carta. Bollendo la parte interna della corteccia di certe piante si otteneva una pasta di cellulosa che era utilizzata per produrre una carta che era chiamata “amatl” e che i conquistatori spagnoli chiamarono “amate”.
In Europa però la carta giunse attraverso il mondo islamico.
La carta che cominciò a giungere in Europa dalla Siria e dal nord Africa nel XII secolo era in realtà di qualità mediocre e l’Imperatore Federico II proibì che fosse utilizzata per gli atti pubblici, ordinando che fossero redatti sulla più costosa e durevole pergamena, prodotta con pelli di pecora, di capra o di vitello. Nel 1268 a Fabriano si avviò però la prima produzione europea della carta, che migliorandone molto la qualità ne permise una rapida  diffusione in tutta Europa.
Tornando ai Cinesi, si ritiene che siano stati loro ad inventare, oltre alle banconote, anche le carte da gioco. Come per la carta furono però gli Arabi ad introdurle in Europa.
Le carte da gioco giunsero in Italia dall’Egitto dopo la metà del Trecento. Il mazzo era composto da 52 carte divise in quattro semi: bastoni da polo, denari, spade e coppe. Ogni seme conteneva dieci carte, da 1 a 10, e tre “carte di corte” chiamate “re”, “deputato” e “sotto-deputato”. Per la proibizione religiosa di ritrarre figure umane non vi erano però disegni, ma figure astratte.
Gli Europei ci misero del loro inventando le figure (re, regina, cavallo e fante). E svilupparono  anche i Tarocchi.
Il più antico mazzo di tarocchi conosciuto fu realizzato tra il 1442 e il 1447 per Filippo Maria Visconti, Duca di Milano (ma i suoi domini comprendevano anche il Novarese).  I Tarocchi furono illustrati da Michelino da Besozzo, uno dei maggiori esponenti del Gotico Internazionale in Italia. Oltre alle carte normali comprendono 22 Arcani maggiori o “Trionfi”. Curiosamente appaiono inoltre alcune anche altre figure scomparse poi nei mazzi successivi, come la “donzella” e la “dama a cavallo”.

Fumetti in TV

Martedì 15 marzo 1977 alle 20,40 sul secondo canale televisivo della RAI andava in onda la prima puntata di "SuperGulp! Fumetti in TV". L’idea era semplice ma straordinariamente innovativa: portare in televisione, a colori, il fumetto e i cartoni animati da questi tratti.
Un esperimento in questo senso era già stato fatto, nel 1972, con la trasmissione “Gulp!” realizzata in bianco e nero dagli stessi autori (Guido De Maria e Giancarlo Governi).
Quando si diffondevano le note della sigla di testa di Supergulp, l’attenzione dei bambini d’Italia (e degli adulti con loro) dalle Alpi al mar Jonio si catalizzava verso il piccolo schermo. Il successo della trasmissione, in un’epoca in cui peraltro l’offerta televisiva era sostanzialmente limitata alla RAI, è comunque impressionante, con un indice di gradimento pari all’83 %.
La storia del fumetto, peraltro, era cominciata molto tempo prima, ed è strettamente legata a quella della carta stampata. Fu la diffusione dei giornali, a partire dall’Ottocento a determinare il successo delle “strisce” quotidiane o settimanali.
Il più celebre di questi “pionieri” del fumetto fu Yellow Kid, il bimbo vestito di giallo di Richard F. Outcault. Comparso occasionalmente sulla rivista “Truth” tra il 1894 ed il 1895, conobbe il vero successo quando fu pubblicato sul a colori supplemento domenicale del New York World di Joseph Pulitzer. Quanto Outcault passò alla concorrenza, sul supplemento domenicale del New York Journal, misteriosamente Yellow Kid si sdoppiò, continuando ad apparire su entrambe le riviste. Poiché all’epoca il diritto d’autore non era ancora ben definito Pulitzer aveva infatti assoldato un altro disegnatore per lo stesso personaggio.
Anche i cartoni animati vantano una storia antica. Benché immagini in movimento fossero prodotte anche prima dell’invenzione del cinema, il primo esempio di animazione è il filmato “Fantasmagorie” di Émile Cohl (pseudonimo di Émile Courtet) realizzato nel 1908.
Tornando a Supergulp, l’autore della sigla è il milanese Franco Godi, conosciuto con l'appellativo di “Mr Jingle” in quanto è stato autore delle musiche di moltissimi spot pubblicitari e sigle televisive. In campo cinematografico ha collaborato con registi del calibro di Gillo Pontecorvo, Renato Olmi, Vittorio De Sica e Gabriele Salvatores.
Naturalmente il successo di Supergulp fu decretato dalle storie portate sul piccolo schermo. Tra i protagonisti troviamo personaggi divertenti come Nick Carter, Lupo Alberto Alan Ford e il gruppo TNT o le Sturmtruppen; o avventurosi indagatori di misteri, come Tintin, l’Uomo Mascherato e Corto Maltese. Non mancano nemmeno i supereroi come i Fantastici Quattro, Thor e l'Uomo Ragno.
A proposito di quest’ultimo, la sigla del cartone animato “Spider-Man” è del 1967. Il testo, che si apre con il celebre "Spider-Man, Spider-Man, does whatever a spider can," fu scritto da Paul Francis Webster, un compositore che vinse tre volte l'Academy Award e fu nominato sedici volte per lo stesso premio. Nel 2004 Michael Bublè ha registrato, per la colonna sonora del film Spiderman 2, una riuscita cover in chiave jazz di questa canzone.

Michael Bublè, "Spider-man Theme Song".

Foto Marta Rizzato

RE-Scoop! La sorella di Marco Carta e le dieci cose che ho saputo di lei.

Amici di Siamo in Onda, in onore al tema della serata radiofonica, vi ripropongo questo documento esclusivo.


1) C'è stato un tempo in cui la sorella di Marco Carta voleva lavorare a Striscia la Notizia. Sognava di fare la Carta velina.

2) Si dice che la sorella di Marco Carta sia una maniaca della pulizia. In famiglia la chiamano la Carta igienica.

3) La sorella di Marco Carta è pure nota per essere una persona dal carattere piuttosto ruvido. Carta vetrata, così l'han definita.

4) Qualora aveste strappato un appuntamento alla sorella di Marco Carta, non gioite anzitempo. Chi la conosce già lo sa. Non sarà un caso che la chiamino la Carta da pacco.

5) Gran bella ragazza la sorella di Marco Carta. Però peccato per quella pelle un po' rugosa e raggrinzita. La Carta crespa, questo è l'appellativo che le hanno affibbiato.

6) È anche una gran brava ragazza la sorella di Marco Carta. Perennemente fedele al suo uomo. Ne dicono un gran bene persino all'estero dov'è conosciuta con un simpatico nomignolo: the Fidelity Card.

7) Apprensiva, gelosa, forse eccessivamente appiccicosa. Date retta, ci sarà un motivo se qualcuno la chiama Carta adesiva.

8) E che dire di quell'enorme bozzo che tempo fa portava in fronte? Aveva forse sbattuto contro una mensola, la maldestra Carta bollata (o Carta intestata se preferite)?

9) Mai sbagliarsi a rivelarle un segreto. Per carità! Carta canta, si è soliti ripetere dalle sue parti.

10) Non me ne voglia la sorella di Marco Carta. Le voglio molto bene e anzi ne approfitto per farle i miei più sinceri auguri. Proprio la scorsa settimana la ragazza si è sposata. Davanti un centinaio di invitati ha pronunciato il fatidico Cartasì.


N.B. Pubblichiamo questo scoop in quanto autorizzati dalla redazione di Siamo in Onda. In pratica abbiamo avuto Carta Bianca (donna piuttosto pallida peraltro).

DONNE E UOMINI DI CARTA

Dico spesso che gli scrittori (e le scrittrici) sono persone di carta. Cosa significa? Tante cose, o forse poche cose, un insieme di fragilità e tenacia e una grande disponibilità a fondersi con l'inchiostro.
La carta è la carne e l'inchiostro è il sangue!
I personaggi di questo mio racconto vivono in questo mondo.
La vostra Poetrice

UNA SCRITTRICE DI TALENTO
Dicono che l’ho ucciso. Che gli ho conficcato il tagliacarte di Bulgari in platino e diamanti neri nella giugulare e la Montblanc, col pennino d’oro, nell’occhio sinistro.
Io ricordo solo il viso pallido come la cellulosa più pura, e lacrime di inchiostro.
In fondo, che cos’è un editore se non un Uomo di Carta?
Mi chiamo Ofelia.
Così mi hanno detto. Devo credere a ciò che mi dicono.
Perché ci sono cose che non riesco a ricordare.
Non afferro più certi pensieri. Ma certi altri pensieri afferrano me.
Per questo sono qui, e mi danno le medicine. Devo prenderle, le medicine.
Sono una scrittrice di talento, mi dicono. Il caso letterario dell’anno.
Di ogni anno, da quando è uscito il mio primo romanzo.
Ogni libro, un sacco di soldi.
Mi sono comprata una villa al mare, e un castello ai margini di una foresta le cui torri si riflettono in lago grigio metallo.
Il mio editore ha due Ferrari e una Porche 911.
Il mio editore vive con la sua famiglia nella mia villa al mare.
A me non importa, sono una scrittrice e voglio solo scrivere.
Non so fare altro, non so vivere in nessun altro modo, non so amare in nessun altro modo.
Tanto a me non piace, quella villa lì.
Ma il castello sì.
Perché non posso stare nel mio castello? Perché mi avete rinchiusa qui?
Mi piace, il mio castello, perché dalla bifora gotica della torre posso vedere il lago, e la foresta, laggiù.
La foresta.
Ho scritto qualcosa sulla foresta. Ricordo…
Ricordo la faccia del mio editore quando ha tolto il manoscritto dalla ventiquattrore Hermès e si è seduto su quella poltrona di pelle nella sua, no, nella mia, villa al mare.
Il mio ultimo romanzo. Bellissimo, il capolavoro di una vita talentuosa. Puro Amore.
Tredici mesi di scrittura orgasmica, senza dormire, senza mangiare quasi. Quasi senza bere.
Chiusa nella torre. Guardavo la foresta. E scrivevo. Puro Amore.
Ma il manoscritto era strano, diceva lui, impossibile da leggere.
Così lui, l’Uomo di Carta, ha chiamato lo psichiatra.
Non doveva farlo.
Ricordo la sua faccia, sì, quella me la ricordo: bianca.
Bianco il collo, bianche le mani, come se tutto il sangue gli fosse improvvisamente uscito dalle piante dei piedi.
Carne bianca, lacrime d’inchiostro.
Devo farvi una confessione.
Io sono in parte Ofelia, e in parte quella che ero, tanto tempo fa, prima che i folletti mi rapissero: una fanciulla che viveva in Danimarca.
E là io scrivevo. Scrivevo.
Poi, in un’alba oscura, arrivarono i folletti e mi portarono via, nella foresta.
Dormivo nelle tane dei conigli, mangiavo ghiande e radici, e soltanto dopo cento anni riuscii a tornare tra gli esseri umani.
Qualcuno mi trovò in un giardino, sotto il filo della biancheria al quale mi ero avvicinata per rubare un calzino.
Vi sarà successo centinaia di volte di trovare un solo calzino, nel bucato.
Una stranezza abitudinaria, che la gente accetta quasi come un dato di fatto.
Sono i folletti che li rubano, un bisogno primario diventato una sfida maliziosa.
Insomma, mi raccolsero. Mi sfamarono e poi mi diedero fogli, e matite.
Scrivevo.
Devo essere stata una brava poetessa, ai tempi, è l’unica spiegazione al mio immenso talento.
Ho ricordato tutto questo guardando la foresta dal mio castello comprato con i soldi dei miei libri.
Più scrivevo, più rivedevo quella ragazzina che trascorreva i pomeriggi componendo liriche nelle pianure della Danimarca.
E ancora il rapimento, la vita selvatica, i giacigli di foglie che accoglievano i miei pianti pensando alla mamma che non avrei più rivisto.
Infine, l’identità che si perdeva e svaporava stagione dopo stagione.
Reale come un incubo, è tutto vero.
Tutto raccontato lì, nel manoscritto.
Il capolavoro di una vita talentuosa.
Puro Amore.
E lui, il mio editore, l’ Uomo di Carta, lo rigirava tra le mani, lo osservava con gli occhi di fuori.
Io giocherellavo con il tagliacarte di Bulgari. Platino e diamanti neri. La luce e il buio.
Amore e Morte.
Diceva di non riuscire a leggere… nulla.
Con le dita bianchissime ha afferrato il suo costosissimo i-Phone.
E ha chiamato lo psichiatra.
Ricordo le lacrime di inchiostro, e il suo viso pallido.
Hanno detto che sono pazza, che sono un’assassina, che devo stare qui e prendere le medicine.

Ma io sono una scrittrice di talento, e lui era soltanto un misero Uomo di Carta!

venerdì 25 febbraio 2011

Il tema della settimana: carta

Carta è un termine di derivazione latina (chàrta) e quindi greca (chàrtes) che, per molti, prende vita da charàsso (incido, scolpisco) perché un tempo, per scrivere, si doveva incidere una tavoletta di cera o di altro materiale.

Sebbene la somiglianza con il termine latino chàrta è parecchia, alcuni specialisti sostengono che potrebbe giungere a noi anche da qarta, parola con cui si indicava un foglio piegato in quattro.

Altri ancora, poi, si discostano molto di più e vorrebbero riferirne l'origine a chairt, vocabolo dei celti che indicava la corteccia degli alberi.

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giovedì 24 febbraio 2011

Le carte di Siamo in Onda


“Noi si assume solo il due di picche”
Elio e le Storie Tese, Servi della gleba



Vi è mai capitato per le vie delle grandi città di notare alcuni tipi dall’aria losca che se ne stanno in piedi guardandosi attorno circospetti? Se ci fate caso noterete anche che a qualche metro di distanza c’è sempre un tavolino improvvisato attorno al quale si affolla un capannello di persone. Basta il  fischio di uno dei cani da guardia alla comparsa del naso di un poliziotto perché, con una velocità da fare invidia agli elfi dei boschi, il tavolino scompaia e con esso tutti quelli che lo circondavano.
Ma se il fischio non arriva il gioco va avanti e certamente un pollo resterà spennato.
Se volete provare il masochistico piacere di perdere il vostro denaro dovete assolutamente provare il gioco delle tre carte, perché è uno di quei giochi in cui si è certi di perdere. È infatti truccato il gioco e sono truccati persino gli altri giocatori che sono in realtà complici del piccolo gruppo di truffatori che intende ripulirvi le tasche.

Del resto, come diceva Jack Cinqueassi “è immorale lasciare che i pollastri si tengano i loro soldi”.

C’è però una trasmissione radiofonica in cui, potete stare certi, nessuno imbroglia le carte: è Siamo in Onda, la trasmissione di Puntoradio che sabato avrà come tema proprio le CARTE.


Come consuetudine c’è una domanda rivolta agli ascoltatori:

Se foste una carta da gioco, quale sareste?


Ditelo  inviando un SMS oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:      
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia

- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia      

- INTERNET in streaming su www.puntoradio.net


Per intervenire in DIRETTA:
- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it

- via SMS:.389 96 96 960   
  
 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)

lunedì 21 febbraio 2011

Racconto: Omaggio alla grazia

Che colore hanno i ricordi? Se lo chiedeste ad Anna, lei non avrebbe dubbi: bianco e nero. Ma chi è Anna? Anna è una donna la cui bellezza si è fermata nel tempo; è la protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.


Anna imballava con cura le ultime cose e il campanello suonò. Erano gli operai.
“Per la miseria, dove è volato il tempo?” Erano già le undici e cinque ed era in terribile ritardo.
I traslochi mettono ansia. Si dice che l'uomo li viva come un lutto. E ci vogliano mesi per riprendersi. Per lei, almeno, era così.
Iniziò una frenetica lotta contro il tempo. Doveva finire di sistemare tutto.
Mentre gli energumeni trasportavano con disinvoltura i suoi mobili, Anna afferrava oggetti a caso e li ficcava con foga negli scatoloni
“Finirò col rompere qualcosa. O col perderla. Mi ci vorranno settimane per sistemare. Perché mi ritrovo sempre a fare tutto all'ultimo momento?”
Infilò la mano in un cassetto della scrivania. Uno di quei cassetti che restano chiusi per anni, dimenticati come le cose che contengono. Le sue dita afferrarono un album. Stava per metterlo via insieme al resto,  ma la curiosità prevalse. Lo aprì.
Erano le foto dell'ultimo anno di liceo. Cadute nell'oblio.
Il mondo si fermò. Anna non sentiva più i rumori nell'altra stanza e il ticchettio delle lancette nella  testa. Le sue dita avide scorrevano le pagine, divoravano i ricordi, foto dopo foto. Si bloccò, attirata da qualcosa che spiccava. Tra immagini dai colori sbiaditi ne apparve una in bianco e nero. Ritraeva Anna mentre leggeva l'Ulisse di Joyce fumando una sigaretta. Era bellissima. Non si ricordava di essere mai stata tanto bella! C'era anche una dedica: “omaggio alla grazia, con affetto, Stefano”.
Stefano era un tipo fuori dagli schemi. In un'epoca di Polaroid e usa e getta, lui si ostinava con un reperto archeologico che faceva solo foto in bianco e nero. Lo prendevano tutti in giro. Ma Stefano aveva ragione. Le foto a colori erano ingiallite e le Polaroid invisibili. Il tempo si era rubato la loro anima.
Quella in bianco e nero, invece, era perfetta. Anna si commosse e pensò che quello fosse il più bel regalo che un un amico le avesse mai fatto. Le aveva donato l'eterna giovinezza.
“Grazie” disse, con gli occhi al cielo. Rivolti verso Stefano.



Omaggio alla grazia  di Valentina Cosimi

Compleanno letterario

Festeggiamento da 85 candeline (il 20 febbraio) per lo scrittore americano Richard Matheson, affermato autore e padre di opere come "Io sono leggenda" e "Duel", solo due titoli di suoi romanzi che hanno avuto fortuna non solo in libreria, ma anche al cinema.

Oltre a scrivere storie proprie, Matheson ha collaborato a capolavori del cinema come "Gli uccelli" di Alfred Hitchcock o della televisione come la serie "Ai confini della realtà".

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domenica 20 febbraio 2011

Racconto: Total white

Quella che vi stiamo per raccontare è una storia dove il bianco si tinge di nero e dove il nero è una nota stonata che si insinua tra i nostri pensieri. Si intitola “Total White” la storia che Marta Rizzato ha scritto per noi.


Aspettando il produttore, osservavo sorpreso quel posto luminoso ed immacolato come solo il Paradiso poteva essere. Ogni singolo centimetro di ogni singola superficie in quella casa del Berkshire era perfettamente bianco.
Un gruppo di noi stava ascoltando gli aneddoti che la star di turno della Apple Records raccontava.
Dopo un fragoroso scoppio di risate, lo vidi andarsi a sedere al pianoforte.
“Scusi, posso farle una domanda?”
“Me ne fanno a centinaia ogni giorno, cosa sarà una in più?”, mi rispose alzando lo sguardo dalla tastiera. Notai che aveva lunghe dita affusolate, come la tradizione vuole.
“Perché l’arredamento di questa casa è tutto, così, maledettamente, bianco?”
“Mi sorprendeva che ancora nessuno della troupe me l’avesse chiesto.”, con gli occhi accarezzava tutto il perimetro della stanza, “Il bianco”, continuò, “racchiudendo in sé tutti gli altri colori, è sinonimo di purezza, verità. Pace. Il resto della realtà, toglie così tanto spazio all’immaginazione e noi non siamo sicuramente qui per vivere nel dolore e la paura. Cosa c’è di meglio che costruirsi un tempio del candore a casa propria?”
“Non saprei…”, risposi titubante mentre seguivo le sue mani che tornavano a posarsi sullo strumento. Non mi erano mai piaciuti i discorsi di quel genere.
“Allora come la mette col suo pianoforte? Con la sua musica?”, ripresi con nuovo vigore. Non mi sarei arreso con così poco.
Mi restituì uno sguardo curioso: “Cosa intende?”
“Guardi. Ha tasti bianchi e tasti neri. La sua musica è quindi impura.”
 “Su, su! Cosa stiamo aspettando ancora?? Siamo già abbastanza in ritardo!”, urlò il produttore irrompendo nella stanza.
Tornai veloce alla mia postazione. La scena inizialmente buia, sarebbe poi stata illuminata aprendo gradualmente le ampie finestre. Il mio compito era quello di tenere un primo piano fisso sul cantante.

Quando le prime note di Imagine si diffusero nell’aria, attraverso il mio mirino vidi un’incertezza passare sul volto di John Lennon che, suonando, aveva dovuto sfiorare un tasto nero. Capii allora di aver avuto ragione o, perlomeno, di aver appena scalfito un mito.

In memoria di John Lennon, a 30 anni dalla sua morte.



Total white di Marta Rizzato

Libri: I più venduti della settimana

Questa settimana, fonte UniLibro, il volume più venduto in Italia è stato Ogni cosa alla sua stagione (Enzo Bianchi, Einaudi) seguito da La versione di Barney (Mordecai Richler, Adelphi) e Il profumo delle foglie di limone (Clara Sánchez, Garzanti).

La sezione "gialli e noir" di Ibs, invece, ha visto al comando La mappa del destino (di Glenn Cooper, Nord) dopodiché Odore di chiuso (Marco Malvaldi, Sellerio) e L'allieva (Alessia Gazzola, Longanesi).

Le classifiche complete, al solito, si possono trovare su http://www.varesenoir.tk/ in un'apposita sezione che viene aggiornata, possiamo dire, quasi in tempo
reale.

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sabato 19 febbraio 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini



Il bianco e il nero (di Diego Ferrari)
Euro 15,00 - Pagg.301 - Progetto Cultura
Sembra di essere di fronte a un suicidio. Ma nessuno conosce davvero il morto. Solo il dottor Sironi, lo psicologo dell'uomo che fu, si lancia alla ricerca della verità per ritrovandosi in un mondo che, al tempo stesso, lo affascina e lo terrorizza. Guidato dai molti sensi di colpa, e da una telefonata misteriosa, lo strizzacervelli s'improvvisa detective e comincia a scoprire diverse scomode verità. Caso risolto? Per nulla: tutto gli si ritorce contro. Un susseguirsi fitto di ruoli e personalità differenti, in una Milano triste, fredda e senza più regole.

Il nero e il bianco (di Ni.Bar)
Euro 10,00 - Pagg.152 - Tipheret
Il primo morto è un massone espulso da una loggia che non ha atteso molto prima di fondarne una propria. È un farabutto, per qualcuno, immischiato in affari loschi; per altri, invece, è solo un buon esoterista. In bilico fra Sicilia e Massoneria, si gioca l'intera partita di questo romanzo, perfetto nelle intenzioni così come nelle imperfezioni della realtà.

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Bianco e nero nella Bottega del mistero


Le bianche pietre che navigavano ad ufo

Il bianco è l’insieme di tutti i colori dello spettro elettromagnetico, mentre se mescolate sulla tavolozza i colori primari otterrete il nero.
Bianco e nero insomma sono le due facce della stessa medaglia e molto dipende dalla prospettiva da cui li si considera. Bianco è il colore della purezza, della luce, della bellezza. Ma in Cina non andate ad una festa con un abito bianco. In quel paese il bianco indica infatti il lutto, la morte ed i fantasmi.

Quando si parla di colore bianco e nero non si può non parlare dei colori delle pietre del nostro territorio. In particolare marmo e del granito bianco.
Una cosa poco nota è che la facciata originale del Duomo di Milano era realizzata con un’alternanza di filari di marmo bianco di Candoglia, in Ossola, e marmo verde ricavato dalla cava di Oira, sul lago d’Orta. Lazzaro Agostino Cotta, originario di Ameno, testimonia che questo fatto costituiva motivo di notorietà per la pietra cusiana.

Dal punto di vista cromatico, insomma, l’antica facciata del Duomo di Milano assomigliava un po’ a quella del Duomo di Monza. Tanto più che questa, agli inizi del Novecento, è stata restaurata proprio con marmo verde di Oira.
Nel 1682 si decise di modificare la facciata del Duomo di Milano, ma occorsero molti secoli per consentirne il completamento. Del resto la lunghezza dei lavori del Duomo (terminati ufficialmente solo nel 1966) è proverbiale a Milano, dove l’espressione “come la fabbrica del Duomo” indica opere che si protraggono con una lentezza esasperante.

A proposito del marmo di Candoglia, alcuni anni fa è stato trovato, sul fondo del lago maggiore un barcone, lungo circa 22 metri per 7 di larghezza, carico di pietre verosimilmente provenienti dalle cave di Candoglia e destinati alla Fabbrica del Duomo di Milano.
Il tragitto di queste pietre è noto: erano trasportate via acqua sul Lago Maggiore, il Ticino e i navigli fino alla darsena del Laghetto (oggi in via Laghetto, vicino all’Università Statale).
I materiali, tradizionalmente viaggiavano “ad ufo”. Niente a che vedere coi dischi volanti, naturalmente. Queste barche erano esentate dal pagamento dei dazi, essendo il Duomo di Milano, un’opera pubblica. Le merci erano contrassegnate dalla scritta “ad Usum Fabricae”, abbreviata “ad U. F.”. L’espressione popolare viaggiare “ad uf” (in italiano “ad ufo”) si usa tuttora per dire “gratis”.

Quello del marmo di Condoglia non fu l’unico viaggio su lunghe distanze delle pietre della nostra terra.
Il viaggio più incredibile è probabilmente quello compiuto delle colonne di granito bianco del Montorfano (ma altre se ne aggiunsero in seguito, delle cave di Baveno e Alzo di Pella) destinate alla Basilica di San Paolo fuori le mura a Roma: 2220 chilometri via acqua, scendendo il Lago Maggiore, il Ticino, i Navigli fino a Milano e da qui lungo il Po sino alla foce. Poi a Venezia per essere imbarcate su due navi che, circumnavigando l’Italia e risalendo il Tevere le scaricarono a Roma.



L’Album bianco e le sette nere

Il 22 novembre 1968 fu pubblicato il nono album dei Beatles. Il titolo ufficiale era semplicemente The Beatles, ma è noto anche come White Album o Doppio Bianco per via della copertina totalmente bianca con il nome del gruppo stampato in rilievo.
Il titolo originale avrebbe dovuto essere A Doll's House, ma era stato cambiato per via di un album dal titolo molto simile pubblicato da un altro gruppo inglese, i Family.

L’album nasceva dopo un periodo di tre mesi trascorso in India in un luogo di meditazione sotto la guida di un Guru indiano leader di un movimento meditativo neo indù. Il quartetto di Liverpool tornò in patria con una trentina di canzoni che confluirono in un album doppio.
Nonostante il tempo dedicato alla meditazione le tensioni interne al gruppo sono evidenti. Più che l’opera di un gruppo il disco esprime le personalità di quattro artisti ormai sempre più lontani gli uni dagli altri.
Del resto il periodo indiano era stato denso di contraddizioni. Ringo Starr aveva lasciato il ritiro quasi subito. Paul McCartney si stufò dopo un mese. John Lennon lo abbandonò, trascinandosi dietro George Harrison, quando scoprì che il Guru, oltre a cercare di manipolare il gruppo, aveva fatto esplicite avance sessuali ad una donna della troupe che accompagnava i musicisti. Profondamente deluso John Lennon scrisse la canzone Sexy Sadie come una sorta di accusa contro il  maestro in cui tanto aveva creduto.

Dall’altra parte dell’Oceano c’era tuttavia un altro personaggio, molto più inquietante, che guardava agli stessi Beatles come a dei maestri.
Charles Manson era un ragazzo dalla storia difficile che aveva passato l’adolescenza e la giovinezza tra riformatorio e carceri. Dotato di forte personalità, aveva raccolto attorno a sé una cinquantina di ragazzi sbandati che condividevano con il loro leader, oltre alle rapine e alla droga, un passato difficile.

Nel suo delirio Manson si convinse che le canzoni dei Beatles contenevano dei messaggi a lui indirizzati.
Di più, cominciò a parlare di loro come dei Quattro cavalieri dell’Apocalisse. E ideò una personale apocalisse di sangue e violenza. Il 9 agosto 1969 un commando composto da alcuni membri della Manson Family entrò nella villa del regista Roman Polansky a Los Angeles massacrando cinque persone, compresa la moglie del regista, l’attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi. Il regista si salvò solo perché quella notte si trovava a Londra. Nei mesi seguenti la setta compì altri efferati omicidi finché Manson e i suoi non furono incastrati da un avvocato di origine italiana, Vincent Buglioli, che individuò i colpevoli anche grazie ad un errore di scrittura del titolo di una canzone dei Beatles,  Healter Skelter, da cui Manson era ossessionato e che interpretava come “fine del mondo”.

Non dimentichiamo poi che un tragico destino colpì anche uno dei Beatles, John Lennon, che alcuni anni più tardi cadde sotto i colpi di pistola di un altro pazzo in cerca di gloria.
In ogni caso, al di là di questi tragici avvenimenti la canzone dal punto o di vita musicale è nota per aver anticipato elementi dei generi hard rock e heavy metal rock sviluppati solo nei decenni successivi. Anche per questo è stata oggetto di numerose interpretazioni da parte di gruppi come quelle degli Aerosmith, dei Mötley Crüe, degli Oasis e naturalmente degli U2.

Helter Skelter, The Beatles



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La foto è una cortesia di Marta Rizzato

venerdì 18 febbraio 2011

Il tema della settimana: bianco e nero

Impegno doppio, questa settimana, per i miei polpastrelli perché due, infatti, sono i termini che mi hanno portato a sfogliare il dizionario etimologico.

Bianco è il colore opposto al nero e la sua origine, per molti, si deve far risalire all'antico alto tedesco blanch, una parola che si usava per rimandare al metallo più lucido e all'acciaio; non per nulla, in effetti, è arrivata sino a noi l'espressione "battersi ad arma bianca" per identificare le sfide a suon di colpi di spada o di coltello.

Nero, invece, è un termine che identifica le cose prive di colore o che trattengono per sé la luce. Pare che l'origine si debba far risalire alla parola greca nekròs, ovvero morto, luttuoso, infausto.

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giovedì 17 febbraio 2011

A Siamo in Onda non è tutto bianco o nero

Il bianco è l’insieme di tutti i colori dello spettro elettromagnetico, ma se mescolate sulla tavolozza i colori otterrete il nero. Bianco e nero sono le due facce della stessa medaglia, ma raramente le troverete separate nella realtà, perché questa è composta piuttosto da una varietà di toni di grigio, in cui è difficile distinguere se ci sia più bianco o più nero.

Vi è però solo una trasmissione radiofonica che vi Aiuti a distinguere il bianco dal nero e ad ottenere dal bianco tutti i colori dell’arcobaleno: è Siamo in Onda che sabato 19 febbraio, alle 21 in punto, avrà un’intera puntata dedicata al tema BIANCO E NERO.

   
Come consuetudine c’è una domanda rivolta agli ascoltatori: 


In un mondo in bianco e nero vi è concesso tenere un solo colore: quale salvate?


martedì 15 febbraio 2011

Gulp! Sta arrivando Lemon Party!

Segnatevi questa data:
sabato 26 febbraio 2011.

Presso la Bat Caverna del Ristorante San Giovanni di Cressa (No), Puntoradio sarà partner ufficiale di un evento benefico:
LEMON PARTY.
Sarà una straordinaria festa in maschera con un coloratissimo tema: Comics e Cartoon; un'occasione unica per vestire i panni del vostro eroe dei fumetti preferito.

Questo il programma
ore 20.30 APERITIVO E CENA con buffet di sapori saporosi
amorevolmente cucinati da Barbamamma, Heidi e Sailor Moon
MUSIC dance selection by Mirko dei Beehive  feat. Grisù  il Draghetto
ore 02.00 TUTTI A CASA PRESTO, come all’epoca di Nonna Papera

INGRESSO + CENA
CONSUMAZIONE ILLIMITATA fino ad esaurimento scorte
EURO 35

I posti sono limitati.
Per entrare è necessario acquistare il biglietto in prevendita (senza biglietto non si entra).

Prevendite presso
Il Caffè del Borgo
Viale Don Minzoni - Borgomanero.

C'è anche un servizio salvapatenti: un bus navetta da Borgomanero e ritorno.
I biglietti per il bus sono in vendita presso Caffè del Borgo

Trovate tutte le informazioni su Facebook, nella pagina dell'omonimo gruppo.
La trovate cliccando qui.

FINALITÀ
Il ricavato sarà devoluto
a AGBD - Associazione Genitori Bambini Down - Arona.
Obiettivo di quest'anno è l'acquisto di un pulmino per l'Associazione.

lunedì 14 febbraio 2011

Racconto: L’appunto

L’Appunto di Paola Perry Amadeo
Se la memoria a volte vi gioca qualche scherzo, c’è un metodo infallibile per non scordarsi nemmeno pensiero. Scriverlo su uno di quei fogliettini gialli, quelli rimovibili, e appiccicarlo in un posto a portata di sguardo. Lo troverete lì, pronto a rinfrescarvi le idee, anche nei momenti più impensati. Volete un esempio? Ascoltate la storia che vi stiamo per raccontare.


Post-it giallo, quadrato, perfettamente posizionato sulla porta del frigo, altezza occhi, sostenuto con efficacia dalla calamita a forma di peperoncino! Più chiaro di così! Impresse su di me poche semplici parole:
20 dicembre ore 19,30 cena di natale corsisti beach volley
«Ma ti vuoi muovere???» esclamai furioso. Erano le 19 e se ne stava ancora seduto sul divano a fissare la mattonella crepata del pavimento davanti a sé. «Io non vado.»
Ma porc…non è possibile! «Adesso alzi quel culo e ci vai invece!» urlavo dalla cucina.
A quella cena c’era anche lei e finalmente avrebbero avuto l’occasione di conoscersi!
«Mi hai messo qui per un preciso scopo! Tu ora ci vai! Punto e basta!»
«Non ce la posso fare, non ho argomenti, e se m’impappino come un cretino?»
«Sei un cretino se resti in casa!» gridavo.
«No! Ok, sì, non ho nulla da perdere! Vado e chissene, almeno mi diverto!»
Oh santiddio, è rinsavito! Non ci contavo quasi più. Non potevo credere di essere rimasto lì appeso per tanto tempo inutilmente! Mi sono pure sorbito una bolletta della luce che mi è scaduta miseramente e il telefono della colf filippina che parlava ostrogoto!
«Ma no, non posso, cosa credo di fare?! Non mi degnerà nemmeno di uno sguardo!»
Ancora??? Ma allora è proprio rintronato! Non potevo più reggere la situazione. Con uno sforzo terribile mi divincolai dalla calamita e scivolai giù. La ventola del frigo mi diede una mano a non finire sotto la credenza, mentre la finestra spalancata soffiava per farmi svolazzare oltre l’ingresso della cucina. La corrente creata con la porta del bagno aperta mi diede l’ultima spinta per raggiungere quella crepa…là, in mezzo al pavimento del salotto. Davanti a lui.
Il suo sguardo mi elettrizzò. Si alzò lentamente dal divano, si avvicinò a me e mi raccolse. Lesse le altre due parole che portavo impresse su di me: «Carpe diem». Le aveva scritte lui stesso, e mentre il suo sorriso illuminava la stanza, io finalmente mi sentivo l’appunto perfetto.


"Vorrei poterti dare quello che mi manca. Vorrei poterti dire quello che non so Vorrei che questa pagina tornasse bianca Per scriverci Ti amo... punto." (da “Punto” di Jovanotti) 

L’appunto scritto da Paola Perry Amadeo

Compleanno letterario

Festa da 94 candeline per l'americano Sidney Sheldon, scrittore, sceneggiatore e regista della grande Hollywood.

Iniziò giovanissimo a lavorare presso gli Universal Studios, come lettore di manoscritti, e la sua carriera si coronò anche con un Oscar nel 1948 per la miglior sceneggiatura di "Vento di primavera" con Cary Grant.

È stato anche autore di telefilm più che celebri, come "Cuore e batticuore" e "Strega per amore".

Oltre a lavorare per il cinema e la TV, comunque, Sheldon ha sfornato decine di romanzi di successo. Non per nulla è fra i primi sei autori più venduti al mondo, insieme ad Agatha
Christie e George Simenon (che, tra l'altro, proprio il 12 febbraio ha compiuto 108 anni).

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domenica 13 febbraio 2011

Racconto: Quid

Sapete cos’è un sillogismo? È quella forma di ragionamento secondo cui se A è uguale a B e se B è uguale a C, ne consegue che A e C sono uguali.
Il sillogismo che vogliamo proporvi è: se ogni uomo ha un punto debole e se lo scrittore è un uomo, ne consegue che ogni scrittore ha un punto debole.
Se nello specifico volete conoscere il punto debole di Federico Di Leva, uno dei nostri scrittori, mettetevi comodi e preparatevi alla storia che vi stiamo per raccontare.


Ogni volta la sensazione è identica, eppure dissimile da com’era in tutte le altre situazioni nelle quali mi è capitato di provarla. E di solito il tutto comincia con il lento coincidere di due risultati; con la somiglianza di due equazioni; con il convergere via via più precipitoso di linee e segni, in uno dei troppi spazi geometrici nei quali mi è capitato di immaginarmi.
Ed io che sono lì, seduto nello studio – circondato da scaffali color noce, colmi di libri e parole – avverto il baratro dell’algebra ed il fremito della poesia; le assolute verità dei filosofi e, insieme, le molteplici bugie dei poeti, che mi attirano verso quell’epicentro del sapere che rassomiglia a tutti gli altri e che, pure, sempre se ne distingue, per il modo in cui si lascia corteggiare, prima di fuggire via.
Già, perché è sempre questo ciò che accade alla fine di ogni percorso quando, d’improvviso, il rigore della geometria chiede la vaghezza della parola per essere descritto… oppure quando il caos di lettere ed alfabeti chiede di poter essere fondato sul rigore di combinatorie indistruttibili ed algebriche.
Di solito, quando la soluzione ad una delle mie ricerche mi sfugge in tal modo, vado dalla mia compagna, e con gli occhi le chiedo un bacio…
E nel lento baciarla… nel placido e costante accrescersi della passione, che ardentemente s’inerpica lungo le note silenziose di quel contatto… ebbene, io avverto la spirale che orbita sempre più strettamente attorno a quel punto infinitesimo che io so esser la soluzione di ogni mistero.
La Verità del cosmo o un bacio non sono poi così dissimili, e l’analogia che accomuna entità così distanti sta proprio nel loro venir meno ad un istante dal risveglio…

L’istante in cui lei disgiunge la sua bocca dalla mia e, maliziosamente, mi rimprovera e mi eccita: «Adesso basta…».

L’istante in cui, lo so, io vorrei fare l’amore, pur sapendo che l’amore non è il punto attorno al quale chiude la spirale, ma la spirale stessa. Quel garbuglio, o scarabocchio, che mi disegno in testa da che sono nato.



Quid scritto da Federico DI Leva

Libri: I più venduti della settimana

Basta un'occhiata a Ibs per rendersi conto che il libro più venduto questa settimana è Il profumo delle foglie di limone (Clara Sánchez, Garzanti) seguito da La mappa del destino (Glenn Cooper, Nord) e L'allieva (Alessia Gazzola, Longanesi).

La sezione riservata ai gialli e ai noir, sempre da Ibs, vede invece sul gradino più alto La mappa del destino (Glenn Cooper, Nord); a seguire, Appunti di un venditore di donne (Giorgio Faletti, B.C. Dalai) e L'allieva (Alessia Gazzola, Longanesi).

Queste classifiche complete si possono trovare anche su http://www.varesenoir.tk/, aggiornate pressoché in tempo reale. Insieme a tante altre, ovviamente.

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sabato 12 febbraio 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini



Punto di rottura (di G.L.Barone)
Euro 18,00 - Pagg.255 - A.CAR.
La Russia possiede più di 27.000 ordigni nucleari, conservati male e custoditi peggio. E possiede anche centinaia di funzionari disposti a svenderli. Fra questi, un trafficante d'armi sospettato di avere trafugato quattro testate nucleari da un magazzino dell'Ucraina. Quando una ricercatrice universitaria viene assassinata dopo un viaggio in Russia, nessuno pensa vi sia un nesso fra i casi, ma il nesso c'è eccome. Il marito della donna, anch'egli cronista, inizia a d indagare. I guai veri iniziano qui e si aggravano quando un missile nucleare si inabissa nel mar del Giappone, dopo un lancio fallito della Corea del Nord. Insomma, Barone è italianissimo, ma scrive come un americano di quelli che ci sanno fare. E il nuovo romanzo appena uscito (I figli del serpente) è un'altra spy story che riesce ad appassionare davvero.


Il punto di rottura (di Daphne Du Maurier)
Euro 10,00 - Pagg.303 - Il Saggiatore
Daphne du Maurier sorprende i personaggi quando il legame tra ragione ed emozione sta per spezzarsi. In questo, bisogna ammetterlo, la scrittrice è una vera Maestra. Qualche esempio? James capisce all'improvviso di poter uccidere senza sensi di colpa. Dopo un'operazione chirurgica, la signora West può distinguere la vera personalità di chi incontra. La giovane Deborah, di punto in bianco, scopre un mondo magico. E vi entra. Le storie sono tanto crudeli quanto emozionanti. Perché la du Maurier sa scrivere e conosce la psicologia.

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Punti fermi nella Bottega del mistero


Facciamo il punto sulle rocce coppellate

Punto è ciò che non ha parti. Ciò vuol dire che,  per quanto un’infinita serie di punti formi una linea infinita, un punto non ha alcuna dimensione. E pertanto non sarà misurabile né in lunghezza, né in larghezza, e tanto meno in profondità…
Per lungo tempo l’umanità ha vagato sulla Terra. Quando infine ha deciso di mettere radici, ha sentito la necessità di stabilire dei confini, di delimitare il proprio territorio. Di mettere un punto fermo, insomma.

Uno dei metodi più semplici è stato quello di incidere dei piccoli punti sulla superficie delle rocce. Segni convenzionali per delimitare un territorio grazie a segnali non spostabili altrove.
Nei boschi o nei pressi degli alpeggi, capita alle volte di trovare delle rocce con dei punti incisi nella roccia. Alle volte sono un po’ più grandi, come piccole vasche scavate nelle pietra. Anche nella nostra zona ve ne sono molte. Gli archeologi le chiamano coppelle e di solito si trovano su rocce che sembrano avere, per la posizione o la forma, caratteristiche che colpiscono la vista e l’immaginazione.

Sono luoghi che sembrano emanare un profumo di mistero. Alcuni ritengono che le coppelle possano essere delle mappe astrali, che riproducono costellazioni importanti per determinare il ciclo delle stagioni.
Il punto di vista degli studiosi sul fenomeno delle coppelle non è univoco. Probabilmente perché le coppelle stesse potevano avere più utilizzi a seconda delle culture che le hanno prodotte e delle epoche. Per alcuni sono mappe, delle stelle o di interi territori. Per altri sono elementi rituali.

C’è chi sostiene che in questi buchi si mettesse olio o altro liquido infiammabile, per farle brillare come stelle nella notte.
Per altri, più probabilmente nelle coppelle erano versate offerte liquide. Acqua o forse sangue. In effetti su alcune rocce oltre alle coppelle vi sono delle canalette e vasche, che formano talora sistemi molto complessi. In alcuni casi le rocce coppellate sono legate a rituali tradizionali per la pioggia. Quando la siccità minacciava i raccolti alcune donne versavano acqua nelle coppelle invocando la pioggia.

Tra l’altro le rocce sacre compaiono spesso nei processi contro le streghe. Secondo gli inquisitori i sabba si potevano svolgere nelle vicinanze di alcune “pietre superstiziose”.
È probabile effettivamente che molti culti pagani precristiani siano sopravvissuti a lungo e che tra il Cinquecento e il Seicento le donne che ancora seguivano questi riti siano state considerate streghe e perseguitate.

Insomma, i loro rituali non avevano nulla a che vedere con il diavolo, ma erano indirizzati a propiziare gli elementi per garantire il mantenimento dei cicli naturali e della fertilità.
A questo proposito, alcune delle rocce coppellate della nostra zona, ad esempio, sono ricordate come luoghi da cui gli uomini dovevano stare alla larga, perché presso di esse le donne andavano a prendere i bambini. Talora alle coppelle sono associate rocce lisce che fungevano da scivolo su cui le donne che desideravano avere figli si lasciavano scivolare, nella convinzione di poter concepire grazie al potere fecondante della pietra.



Opposti punti di vista

Ci sono punti di vista fieramente contrapposti. Cosa accade però quando i punti di vista vedono contrapporsi i governi di due superpotenze i cui arsenali sono stracolmi di armi capaci di annientare l’intera umanità? Ci sono canzoni che, per una misteriosa alchimia che solo all’arte è concessa, sanno incarnare perfettamente le contraddizioni, gli oscuri timori e le ostinate speranze della loro epoca.
Nel 1985 esce The Dream of the Blue Turtles il primo album solista di Sting dopo lo scioglimento dei Police. Nell’album è contenuta una della canzoni più impegnate scritte da Sting. La canzone è un invito ad abbandonare le dichiarazioni minacciose (è citata la frase del leader sovietico Krushchev “vi seppelliremo”) e la logica della contrapposizione atomica sostenuta dal presidente americano Ronald Reagan, anch’esso citato.

Il punto centrale della canzone è come difendere i propri figli dai “mortali giocattoli di Oppenheimer”.
All’epoca migliaia di testate nucleari erano pronte ad essere lanciate da Russi e Americani, che si fronteggiavano con il dito sul grilletto in un’estenuante guerra di nervi chiamata “Guerra fredda”. Una guerra che non avrebbe avuto vincitori, ma solo vinti.

Lo scienziato statunitense Oppenheimer è considerato il padre della bomba atomica, ma ebbe anche una crisi di coscienza sull’uso dell’arma da lui creata.
Già durante il test nucleare che si svolse ad Alamogordo, con cui era stata provata l’efficacia della prima bomba atomica, Oppenheimer aveva pronunciato un frase terribile, tratta da un antico testo sacro  indiano, il Bhagavadgītā: “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”. Dopo che Hiroshima fu rasa al suolo per mezzo della bomba che aveva contribuito a creare, commentò sconsolato “I fisici hanno conosciuto il peccato”.
Le sue non rimasero parole. Dopo la fine della guerra si oppose al progetto di costruzione della ben più potente bomba all’idrogeno e per questo fu accusato di essere un comunista da un cacciatore di streghe del XX secolo, il senatore Joseph McCarthy, persecutore ottuso e fanatico di quanti erano sospettati di svolgere "attività antiamericane".

Nella canzone, Sting ripone tutte le sue speranze in una sola, “spero che anche i Russi amino i loro bambini”.
Tutta la canzone è costruita su questa idea al punto che la musica è basata su un tema di Sergei Prokofiev (Lieutenant Kije). La scelta non è casuale, dal momento che Prokofiev, che era stato un grandissimo compositore sovietico, tra le numerosissime opere, aveva realizzato anche musiche per i bambini come le “Tre canzoni per i bambini” e “Pierino e il lupo”. Con questo Sting voleva sottolineare proprio il fatto che anche i russi, evidentemente, amavano i loro bambini. Tra l’altro all’inizio della canzone si può ascoltare la voce di un giornalista televisivo russo, Igor Kirillov, che annuncia un incontro tra una delegazione sovietica ed una occidentale. È probabile che il riferimento sia ad uno dei primi viaggi in occidente (nel 1984) di Gorbachev, che pochi anni dopo firmerà proprio con Ronald Reagan lo storico trattato che pose fine  alla Guerra fredda.

Russi e Americani, insomma, alla fine decisero che i loro bambini erano più importanti delle ideologie. Al di là delle contrapposizioni gli uomini e le donne di buona volontà possono trovare un punto di incontro a partire dalla loro umanità.

"Russians" di Sting


La foto è di Marta Rizzato

venerdì 11 febbraio 2011

Il live della settimana: Giò DeSfàa e i Fiò de la Serva

Sabato 12 Febbraio andrà in onda la sedicesima puntata di Siamo in Onda, il salotto radiofonico di Puntoradio. Il consueto spazio dedicato ai musicisti sarà riservato agli Giò DeSfàa e i Fiò de la Serva.Vi aspettiamo numerosi e naturalmente, buon ascolto!!!

Il tema della settimana: punto

Punto, propriamente, sta a significare puntura. La derivazione è latina: punctùm. Fin dai tempi più lontani, è chiaro il riferimento al piccolo foro che si fa introducendo uno strumento appuntito.

Per estensione, punto è anche il breve spazio che separa due fori in un tessuto e li unisce con un tratto di filo. E' poi un segno tondeggiante fatto con la penna o la matita (o la tastiera, visto che si scrive più così che in altro modo, da qualche anno a questa parte) per chiudere una frase di senso compiuto.

Nell'antichità, poi, il punto poteva indicare anche il voto, perché con questo segno su una tavoletta si esprimeva la propria prefernza per un candidato. Portare tutti i punti, quindi, stava a significare che si era stati eletti a maggioranza assoluta.

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giovedì 10 febbraio 2011

Facciamo il punto a Siamo in Onda




Punto è ciò che non ha parti. Ciò vuol dire che,  per quanto un’infinita serie di punti formi una linea infinita, un punto non ha alcuna dimensione. E pertanto non sarà misurabile né in lunghezza, né in larghezza, e tanto meno in profondità…

Il punto di vista del greco Euclide non vi appassiona? Proviamo allora con un semplice esercizio di matematica: sommate i punti che avete guadagnato al supermercato o dal vostro benzinaio di fiducia e vediamo se avete vinto qualcosa!

Questo discorso, partito un po’ così, di punto in bianco, vi confonde e avete perso la bussola al punto che non riuscite più ad individuare i punti cardinali? Cerchiamo di fare il punto della situazione, trattando la cosa punto per punto,  prima che il vostro cervello arrivi al punto di ebollizione; o al punto di fusione; o quanto meno al punto critico; insomma, cerchiamo di arrivare ad un punto fermo, prima di arrivare ad un punto morto o addirittura al punto di non ritorno.

Vorremmo però mettere i puntini sulle i, perché c’è una sola trasmissione che è il punto di ritrovo del sabato sera radiofonico e vi fa guadagnare punti di felicità. È Siamo in Onda, ovviamente su Puntoradio, che sabato 12 febbraio, alle 21 in punto, avrà un’intera puntata dedicata al tema PUNTO.

Come consuetudine c’è una domanda rivolta agli ascoltatori: 


Qual è stato il vostro punto di non ritorno, quel momento della vostra vita in cui vi siete detti che non sareste tornati più indietro?



Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it



Per ascoltare Siamo in Onda:       
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia

- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia   

- INTERNET in streaming su www.puntoradio.net


Per intervenire in DIRETTA:
- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it

- via SMS:.389 96 96 960    
   
 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)

Punto e basta!

lunedì 7 febbraio 2011

Racconto: Il fuoco nel bosco

Per chi tra voi soffre di nostalgia - la nostalgia dei tempi andati - abbiamo una storia che si ispira ad una vicenda ascoltata dalle parti di Madonna del Sasso, sul lago d’Orta. S’intitola “Il fuoco nel bosco” il racconto che Alfa dei Misteri ha scritto per noi.



Quanto erano felici i tempi della mia nonna!
Gli uomini a quaranta ne dimostravano cinquanta, le donne a trenta sessanta, e di rado qualcuno arrivava ai settanta, ma i vecchi erano rispettati ai tempi della mia nonna!
I mariti battevano le mogli, le madri bacchettavano i figli, i fratelli maggiori picchiavano i più piccoli e tutti bastonavano i cani, insomma, nessuno si annoiava ai tempi della mia nonna!
E poi c’era la Fisica. La mia nonna lo ripeteva sempre: “Bisogna portare rispetto al parroco, perché coi suoi libri può farti la Fisica!”
I preti potevano trasformarsi in animali e persino in cose inanimate. Agivano di notte, all’ora delle streghe, per controllare ciò che facevi.
C’era la questione della legna, ad esempio. Ogni famiglia a turno doveva portarne al parroco. Non tutti però erano contenti di dover lavorare gratis per lui. Così con qualche scusa cercavano di sottrarsi. Allora il parroco s’infiammava, portava la sua enorme pancia in cima al pulpito e da lì scatenava un’interminabile predica, in cui minacciava il fuoco dell’inferno a quanti venivano meno ai loro doveri di buoni cristiani. Il giorno dopo la legna veniva consegnata con qualche pezzo in più.
In paese però c’era un uomo che non voleva ubbidire. Le prediche gli scivolavano sulle spalle, facendole sollevare leggermente e dalla messa, che fingeva di seguire sul sagrato assieme ad altri uomini, se ne andava scuotendo la testa. Era un uomo di poche parole e dalla testa dura come la pietra del monte su cui viveva. Da solo, perché nessuna donna aveva voluto un orso simile.
Una notte tornando a casa l’uomo vide davanti a sé un gran fuoco che gli sbarrava il cammino. Stranamente le fiamme non si espandevano né si estinguevano, ma chiudevano il sentiero che avrebbe dovuto percorrere. L’uomo capì che era la Fisica. Allora, sollevando il gran bastone chiodato che portava, cominciò a picchiare le fiamme che si agitavano impazzite sotto quei colpi furibondi, finché si spensero, improvvisamente come erano apparse.
Il giorno dopo il prete fu visto trascinarsi per la casa tutto pesto e con un braccio al collo.
Quanto erano divertenti i tempi della mia nonna!




Il fuoco nel bosco scritto da Alfa dei Misteri

Compleanno letterario

Festa da 55 candeline per il medico-scrittore Andrea Vitali, nato il 5 febbraio a Bellano.

Apprezzato da molti per le storie che ambienta sulle rive del suo lago (la sola cosa che - per me - lo può accumunare davvero a Piero Chiara) da qualche anno pubblica con Garzanti i suoi lavori.

L'ultimo in ordine di uscita si intitola "Il meccanico Landru" ed è un lavoro già letto nel 1992 e che oggi viene riproposto.

domenica 6 febbraio 2011

Racconto: Fuochi

Ci sono fiamme che ardono ma non scottano, che scaldano ma non bruciano. Ci sono fuochi che accompagnano le vite di persone come Anna, l’autrice della storia che vi stiamo per raccontare.


Tra fotografie ingiallite e un 8 mm che inciampa nelle arricciature del tempo, mia madre, con il dolore della vita trascorsa attaccato alle palpebre e agli angoli della bocca, racconta di me, che da piccola tenevo il mio ombrellino di plastica sempre aperto, in casa e fuori.
Con esso cercavo ricovero e riparo dallo spegnimento di ogni fiamma, reale o ideale, e incosciente ancora della differenza, m'incantavo di fronte alla stufa accesa, a uno zolfanello scoppiettante, a un falò prodigioso come dono più ambito, la notte di Natale.

L’aroma di legna bruciata era un richiamo che mi allamava l’anima attirandomi nella rete.
Il parapioggia era scudo per la mia crociata, come un templare avvertivo la sacralità della mia missione, se una fiamma ardeva e la pioggia incombeva, io sentivo di dover andare.
I fuochi d’artificio, irraggiungibili, mi intristivano, e i piromani, prestigiatori della distruzione, non mi interessavano granchè.
Ma amavo senza condizioni la forza della Creazione e della  Trasformazione, la Luce che emana, il caldo diffuso  che profonde tenerezza e sicurezza.
Li amavo al di là di ogni sguardo sotteso, al di là di ogni sospiro arretrato e di ogni braccio stretto  fino a far male da braccia materne. Da esse fuggivo, bramando al tempo stesso solamente CALORE e nient’altro che quello.

Immobilizzata da tanto pudore, non fui capace di abbandonarmi a nessun altro abbraccio se non a quello di una matita, di un foglio, e del fuoco del mio cuore, da scrivere e sottoscrivere in versi.
È così ancora oggi che quella bambina un po' strana è un miraggio di speranza perduta nelle favole di una mamma, e forse anche nelle mie.
Ma infine era questa la trama da tessere: conservare e preservare strenuamente il fuoco della poesia, arte che covavo sotto le mie giovani ceneri, in un’attesa trepidante e tremolante come fiamma, in una lunghissima serie di collezioni di parole mai all’altezza.
Quella fiamma che arde nelle mani ma che non scotta, questo amore che cerco ogni volta di evocare è ancora con me, e non ha più paura dell’acqua.
O di un volto contratto che lo possa zittire.



FUOCHI scritto da Anna Salvetti

Libri: I più venduti della settimana

Questa settimana ho deciso di controllare la classifica di Ibs: per loro il libro più venduto della settimana è stato Il profumo delle foglie di limone di Clara Sánchez (Garzanti), seguito da Il cimitero di Praga di Umberto Eco (Bompiani) e da La mappa del destino di Glenn Cooper (Nord).

La sezione gialli e noir sempre di Ibs, invece, piazza davanti a tutti Appunti di un venditore di donne di Giorgio Faletti (B.C. Dalai) e, a ruota, Io confesso di John Grisham (Mondadori) e La mappa del destino di Glenn Cooper (Nord).

Queste classifiche complete, e molte altre, i più curiosi le possono trovare anche visitando i link presenti nel sito http://www.varesenoir.tk/.


sabato 5 febbraio 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini



Attraverso il fuoco (di Robert Crais)
Euro 9,50 - Pagg.308 - Mondadori
Los Angeles, piena estate. L'afa è insopportabile e gli incendi sono oramai all'ordine del giorno. Durante una delle tante evacuazioni viene ritrovato il cadavere di un uomo, fra le mani una pistola. Accanto, aperto, un album con sette fotografie. Sette donne. Sette vittime. L'album ha un titolo macabro: "I miei ricordi felici". Per la polizia, stavolta, il caso è semplice: un serial killer si è suicidato e quelle foto sono la sua confessione. Un investigatore, però, è convinto che la situazione sia ben diversa e inizia una sua indagine personale. Quello che scoprirà, alla fine, non sarà che una storia che nessuno ha interesse a rivelare. Nemmeno i parenti delle sette vittime, forse.

Fuoco sui miei passi (di Luigi Bernardi)
Euro 5,00 - Pagg.64 - Senzapatria
Da pochi giorni in circolazione, questo breve romanzo fa già parlare. Anche per come viene distribuito: si tratta di uno dei volumi della collana che Senzapatria ha deciso di mettere in circolazione a partire dalle stazioni e grazie a ditributori automatici presenti qui e là. Un azzardo che potrebbe funzionare, perché no? Passiamo alla storia: può un uomo soltanto distruggere un'intera città? Forse, ma solo se ne conosce ogni angolo ed è provo di scrupoli. La domanda che ci accompagna nella lettura è una sola: perché dovrebbe farlo, in ogni caso? Una storia di apocalisse e cinismo, ma anche di sentimento. Ogni pagina brucia, quindi.

http://www.paolofranchini.tk/

Il fuoco nella Bottega del mistero

 
Antichi rituali del fuoco

Secondo gli antichi filosofi è uno dei quattro Elementi (con Aria, Terra e Acqua) che costituiscono il mondo. Di certo la scoperta di come accenderlo e controllarlo ha cambiato la storia dell’umanità. Grazie ad esso le tenebre sono diventate meno oscure e persino le zone più fredde del pianeta sono state colonizzate. Il fuoco tuttavia non è solo luce e calore.
Il fuoco però può distruggere ed uccidere e come accade con tutti gli elementi, giocare con esso può essere pericoloso. Per questi motivi il fuoco è un elemento presente in moltissime tradizioni di tutto il pianeta.
Per gli antichi Greci fu il gigante Prometeo a rubare il fuoco agli Dei per farne dono agli Uomini. Per questo fu punito: venne incatenato ad una montagna dove, ogni giorno, un’aquila gigantesca giungeva a divorare il suo ventre, che la notte si risanava per essere nuovamente straziato il giorno seguente.
Poiché accendere il fuoco era difficile, si preferiva tenerlo sempre acceso. E se si spegneva le massaie potevano recarsi in templi speciali dove un fuoco sacro era tenuto permanentemente acceso.
A Roma erano le sei sacerdotesse della dea Vesta, le vergini Vestali, a custodire il fuoco sacro per trent’anni della loro vita. Godevano di grandissimi onori, ma guai a loro se lasciavano spegnere la fiamma o se, peggio ancora, infrangevano il voto di castità: dopo essere fustigate, erano rinchiuse in una tomba a morire di fame.
Nel mondo celtico esisteva una festa, che si chiamava Imbolc, con cui si celebrava l'allungamento della durata del giorno e la speranza nell'arrivo della primavera.
La tradizione prevedeva l’accensione di lumini e candele in onore della dea Brígit, detta anche Brighid o Brigantia, la “dea del triplice fuoco”, patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva proprio dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina, il fuoco dell’ispirazione e il fuoco che guarisce.
Era talmente sentito il suo culto che riuscì persino a diventare santa. Con l’avvento del cristianesimo si iniziò ad onorare infatti Santa Brigida, considerata la levatrice di Cristo, un personaggio femminile della cui esistenza storica nulla si sa, mentre sono noti i molti miracoli, come quello di trasformare in birra l’acqua in cui si lavava. Cosa che non deve stupire se si considera che Brigit era chiamata “Madre dell’Orzo”.
Nel monastero irlandese di Kildare, fino alla riforma protestante, un fuoco sacro era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache, che vegliavano a turni di una giornata.
Quando giungeva il suo turno, la diciannovesima suora pronunciava la formula “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si riteneva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco.
Un’altra cosa interessante è che Imbolc si celebrava nel punto mediano tra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera, vale a dire dal tramonto del 31 gennaio all’alba del 3 febbraio. Con una coincidenza temporale che non è affatto casuale, con la nostra festa tradizionale della Candelora, che cade proprio in quei giorni.
La Candelora, come molte altre feste tradizionali, ha riassunto in sé più feste precristiane, provenienti anche da tradizioni diverse. Infatti la festa inizialmente si celebrava, secondo la tradizione latina, a metà Febbraio, il mese della purificazione dedicato a Giunone Februata. Solo più tardi fu portata agli inizi del mese per farla coincidere con la festa tradizionale pagana celebrata dalle popolazioni europee di tradizione celtica.


Il fuoco infernale del rock psichedelico

Nel 1968, quando il gruppo inglese The Crazy World capitanato da Arthur Brown salì sul palco, il pubblico rimase letteralmente scioccato. Il rock psichedelico che suonavano, senza chitarre ma con il potente accompagnamento di un organo elettrico Hammond, schizzò immediatamente in cima alle classifiche, nonostante e forse anche grazie alle furibonde critiche lanciate contro il look del gruppo, in particolare quello del suo leader, Arthur Brown.
Erano molti, per l’epoca, gli elementi scandalosi di questa band che ebbe parecchi problemi in vari paesi. Dall’Italia fu addirittura espulsa nel 1969 con il divieto di rimettere piede nel paese.
Il volto truccato di bianco con larghe occhiaie nere (definito Corpse Paint, “Trucco Cadaverico”) si ispirava ai guerrieri delle armate cadaveriche popolari nel folklore nordico. In seguito sarebbe diventato uno dei tratti distintivi di molti gruppi heavy metal, ma fu Arthur Brown il primo ad utilizzarlo sul palco.
Non contento Brown si esibiva portando sulla testa un elmetto che conteneva un liquido infiammabile, che era incendiato nel momento in cui saliva sul palco. Poiché il copricapo era di metallo, rapidamente il dolore diventava quasi intollerabile per il cantante. Durante l’esecuzione, più volte accadde che il liquido infiammato uscisse dal contenitore, appiccando il fuoco ai capelli e agli abiti. In un caso Brown fu salvato dall’intervento della sicurezza che gli versò della birra in testa per spegnerlo.
Anche la canzone fu considerata particolarmente oltraggiosa. Brown l’introduceva infatti con il grido “I’m the god of Hell’s Fire” e il brano si concludeva con il sinistro sibilo di un vento.
Occorre dire, oltretutto, che alle orecchie del pubblico anglosassone il nome Hell’s Fire richiamava una serie di circoli segreti sorti nell’Inghilterra del Settecento e noti appunto come Hellsfire Club.
Non è chiaro cosa facessero esattamente i componenti di questi circoli (dei quali facevano parte esponenti della più potente aristocrazia inglese) anche se è certo che avessero un orientamento paganeggiante e dionisiaco.
Attorno agli Hellsfire Clubs crebbe così una leggenda nera, alimentata da molti romanzi e fumetti, che li ritrae come covi di satanisti dediti ai peggiori crimini. Prove precise in questo senso non sono però mai emerse, anche perché i documenti contenuti nei loro archivi segreti furono tutti bruciati. Qualunque cosa contenessero erano certo troppo compromettenti per personaggi che rivestirono importanti incarichi di governo.
Dentro questi club segreti circolavano però anche molte idee illuministe e rivoluzionarie, considerate come il fumo del Diavolo dai governi e dalla Chiesa.
Tra i frequentatori dell’Hellsfire Club figura infatti anche lo scienziato e filosofo Benjamin Franklyn, che fu un grande cultore del fuoco: tra le molte sue invenzioni ci sono il parafulmine e una particolare stufa che prende il suo nome; inoltre diede vita alla prima assicurazione contro gli incendi e al primo corpo volontario dei pompieri. Ma soprattutto fu uno dei padri della rivoluzione che incendiò le Tredici Colonie d’oltreoceano portando alla nascita degli Stati Uniti d’America.
La canzone cantata da Arthur Brown, in ogni caso, si ispirava soprattutto al motto del Hellsfire Club, “fai ciò che vuoi”, e più che altro va inserita nello spirito di ribellione e trasgressione (“Sex & Drugs & Rock & Roll”) che caratterizzò quegli anni.

The Crazy World of Arthur Brown, Fire

www.illagodeimisteri.it

Foto di Marta Rizzato

Il live della settimana: Heaven11

Sabato 5 Febbraio andrà in onda la quindicesima puntata di Siamo in Onda, il salotto radiofonico di Puntoradio. Il consueto spazio dedicato ai musicisti sarà riservato agli Heaven11.
Vi aspettiamo numerosi e naturalmente, buon ascolto!!!

venerdì 4 febbraio 2011

Il tema della settimana: fuoco

Il fuoco è un fenomeno che sprigiona calore e luce grazie alla combinazione di due o più corpi in grado di attivare una combustione.

Il termine giunge a noi dal latino fòcus, dalla stessa radice latina di fògveo (riscaldo) nonché da quella greca di phòzô (arrostisco, abbrustolisco).

Qualcuno, invece, affianca questa voce alla parola greca phòos, da phàos (luce). Cosa dite? Vi convince?

giovedì 3 febbraio 2011

Il fuoco di Siamo in Onda



Secondo gli antichi filosofi è uno dei quattro Elementi che costituiscono il mondo. Di certo la scoperta di come accenderlo e controllarlo ha cambiato la storia dell’umanità. Grazie ad esso le tenebre sono diventate meno oscure e persino le zone più fredde del pianeta sono state colonizzate.
Il fuoco tuttavia non è solo luce e calore. Esso può distruggere ed uccidere e come accade con tutti gli elementi, giocare con esso può essere pericoloso.
 C’è solo una trasmissione, però, che porta il fuoco dalla radio per rischiarare le tenebre del sabato sera: è Siamo in Onda, il confortevole e caldo Talk show radiofonico di Puntoradio.

Come consuetudine c’è anche una domanda rivolta agli ascoltatori: 

In quale occasione avete pensato che forse stavate giocando con il fuoco?

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:       
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia

- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia   

- INTERNET in streaming su www.puntoradio.net


Per intervenire in DIRETTA:
- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it

- via SMS:.389 96 96 960    
   
 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)

 http://illagodeimisteri.blogspot.com/