giovedì 31 marzo 2011

I trucchi di Siamo in Onda


“Venghino signori venghino.
Non c’è trucco non c’è inganno.
Più gente entra più bestie si vedono.”


Chi non è rimasto a bocca aperta osservando le mani abili del mago creare illusioni, estraendo nastri e conigli dal cappello?
E non ha riso e pianto guardando la maschera inquietante del clown nascosta da un trucco che modifica i lineamenti?
E quante volte avete pensato di essere vittima dell’abile trucco di qualcuno?

C’è però una sola trasmissione radiofonica che si mette il trucco ogni sabato sera per offrirvi tre ore di divertimento senza trucchi: è Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio. Sabato 2 aprile, la trasmissione verterà sul tema: TRUCCHI.


Come consuetudine c’è una domanda rivolta agli ascoltatori:

Abracadabra: cosa vorreste far sparire?



Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:      
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia

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 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)

lunedì 28 marzo 2011

Racconto: Color ciliegia

È una storia insolita quella che vi stiamo per raccontare: insoliti sono i personaggi, insoliti luoghi e l’atmosfera che si respira. E tutto comincia con un paio di scarpe, degli scarponcini Doctor Martens color ciliegia.


Le mie Doctor Martens color ciliegia camminano svelte e silenziose sulle pietre lisce di Talbot Street. Hanno 20 anni queste scarpe, e io avevo 20 anni quando le comprai ai saldi invernali di Londra.
Odio il rosso ma, non so come, quel paio color ciliegia mi chiamò.
Avevo guardato la vetrina per più di un’ora, poi mi ero convinto per le classiche, nere, magari con le stringhe gialle.
Appena entrai nel negozio il mio sguardo fu catturato da quel paio e poco dopo mi ritrovai con i piedi color ciliegia e le mie vecchie scarpe nella borsa di carta. Mi accorsi, guardando lo scontrino, che avevo pagato 92 cents anziché 92 sterline.
Tornai indietro ma il negozio non c’era più.
Confuso tornai all’albergo. Mentre fissavo gli alberi del parco muoversi nella brezza notturna, la stanza si riempì di voci e di parole. Le Doctor Martens color ciliegia mi stavano raccontando una storia.
E mi pregavano di crederci.
La mattina dopo presi un volo per l’Irlanda e diventai il cartografo ufficiale del Regno del Piccolo Popolo, che raggiungo attraverso passaggi nascosti agli occhi umani.
Le scarpe mi guidano, sanno sempre dove andare; spesso sono posti infimi e puzzolenti, ma mi capitano anche palazzi georgiani e ville sulla spiaggia.

Il Celt in Talbot Street è uno dei pub più antichi di Dublino. Soffitti bassi, mattoni scoperti, tavolacci. Ogni sera si riempie fino all’orlo e le ragazze ti sorridono, per potersi sedere sulle tue ginocchia.
Il varco magico è dietro al bancone, dove i baristi macinano chilometri in giri di caviglia.
Mmm… Difficile…
All’una il padrone dice “Fuori che si chiude”. Io mi fingo ubriaco, barcollo e faccio cadere a terra una moneta. Mi chino a raccoglierla e sparisco nel muro.

Il Leprecauno che mi accoglie è un autentico dubliner, capelli carota e livrea smeraldo.
Mi racconta quella che in fondo è la solita storia da 20 anni: che bisogna crederci.
“E invece le persone non pensano più alla magia. Gli adulti sono tristi e i ragazzi stregati dai videogiochi. Forse dovremmo farne di più, di Doctor Martens color ciliegia.“



Color ciliegia
di Rossana Girotto

Compleanno letterario

Sono 169 le candeline che dobbiamo spegnere questa volta per festeggiare il compleanno (25 marzo) dello scrittore vicentino Antonio Fogazzaro.

E' senza dubbio "Piccolo mondo antico" l'opera che l'ha reso celebre, ma deve essere citato anche "Malombra" perché, secondo gli studiosi, è stato questo libro a farlo spostare dalla poesia alla prosa.

Tra l'altro, già che ci siamo, posso dire che questo romanzo potrebbe rientrare anche fra i miei consigli di lettura noir, visto che racconta di un antico biglietto che invita, chi lo ritrova, a vendicare chi l'ha scritto anni e anni prima...

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domenica 27 marzo 2011

Racconto: Come il tramonto

L’amore spesso è una questione complicata: ti tormenta, ti logora, non ti lascia dormire la notte. Soprattutto se hai sedici anni e ancora non hai ben chiaro come funzionano certe cose. Volete una prova? Allora leggete attentamente la storia che vi stiamo per raccontare.


Era il tempo dei miei sedici anni e delle sue Marlboro rosse.
Quando tutto intorno a te sembra non avere senso e l’amore è quella cosa che non si sa bene cosa sia. Quando sei alla ricerca di un segno, anche il più insignificante, che ti confermi il suo interesse per te, anche quando non è vero. Quando tu sei troppo magra ed insicura, e lui pensa ad un’altra.
Le ore di fisica altro non erano che un prodromo dell’intervallo, in cui sarei scesa nel cortile a fingere goffamente di dover fumare, perché così l’avrei visto. Ed è stato lì, nel cortile del liceo, che hanno avuto inizio tutte quelle cose assurde ed illogiche che ti trasformano in una donna.
Casualmente facevo in modo di incontrarlo ogni giorno all’uscita della scuola, perché in questo modo avremmo fatto la strada insieme. Lui ascoltava De André e scriveva poesie. Io amavo Baudelaire, avevo i voti più alti di tutti in italiano e filosofia, e pensavo che non gli sarei mai piaciuta con la cintura con le borchie e le All Star. Un giorno mi diede da leggere alcuni versi suoi. Arrivata a casa scoprii che quelle parole erano per una donna coi capelli rossi come il tramonto. Un’altra donna. Telefonai subito ad un’amica. Mi sentivo morire.
Lei mi disse che da lì a breve ci sarebbe stata una festa. Lui ci andrà sicuramente, sarà la mia grande occasione, pensai.
Ovviamente non avevo nulla da mettermi. Non avevo vestiti con i quali sarei potuta sembrare una donna. Soprattutto, non avevo mai indossato delle scarpe con il tacco. Pensavo che se una mia amica me ne avesse prestato un paio gli sarei piaciuta. Per forza.
Ricordo ben poco di quella sera. Il resto mi fu raccontato da una coppia di amici, che erano lì con me.
Oddio, sta salendo le scale! Oddio, sta andando a parlargli! Oddio, gli sta parlando! Oddio, sta tornando indietro! Misacheèandatamale!
Ed in mezzo al fumo, alla musica assordante, alla gente avvinghiata sui divani, mi disse che aveva in mente un’altra. Poco dopo me ne andai. Fuori dal locale lanciai le scarpe della mia amica contro il muro. E quanto avrei voluto che quel muro avesse i capelli rossi per potermi vendicare.


Come il tramonto
di Eleonora Roaro

Libri: I più venduti della settimana

Una settimana di libri e letture che, classifica di Ibs alla mano, ha visto primeggiare Vieni via con me (Roberto Saviano, Feltrinelli) seguito da La legge del deserto (Wilbur Smith, Longanesi) e Gran circo Taddei e altre storie di Vigàta (Andrea Camilleri, Sellerio).

La sezione "gialli e noir" (sempre di Ibs), nel frattempo, ha messo in fila con ordine e precisione Odore di chiuso Marco Malvaldi, Sellerio), La mappa del destino (Glenn Cooper, Nord) e la novità Malastagione (Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, Mondadori).

Tutte le classifiche complete, dai saggi ai romanzi e non solo, sono sempre disponibili e aggiornate cliccando sugli appositi link che troverete su
www.varesenoir.tk.

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sabato 26 marzo 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini




Scarpe azzurre e felicità (di Alexander McCall Smith)
Euro 8,60 - Pagg.246 - TEA
La titolare dell'agenzia investigativa LDA, deve fare i conti cona alcune vicende davvero inquietanti: un'appropriazione indebita di provviste, un ricatto, un medico disonesto... Non si fa mancare nulla , inso,,a. Le indagini, al solito, sono comunque un'occasione per cercare di capire i meccanismi dei comportamenti umani. Quei meccanismi, per capirci, che possono anche far perdere la testa per un paio di vistose scarpe azzurre. Ma la nostra detective si muove sempre a proprio agio, tanto affidabile quanto granitica.

La scarpa (di Franco Gigliotti)
Euro 12,00 - Pagg.N.D. - Felici
L'indagine dei carabinieri ruota intorno allo sconosciuto proprietario di una Converse All Star misura 43, abbandonata vicino a una panchina. E' il colonnello Lupi, un militare dell'Arma in pensione, a scoprire una serie di giochi strani (e un po' proibiti...) che animano la campagna intorno a Pisa. Sono storie di club equivoci, di privé e sale da ballo, di scontri armati fatti per gioco e di molto altro ancora. Vicende della Toscana più pruriginosa e misteriosa, ecco.

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Le scarpe nella bottega del mistero



Da sempre ai piedi dell’umanità

"Prima di giudicare un uomo cammina per tre lune nelle sue scarpe" recita un antico proverbio dei nativi americani. “Scarpe grosse, cervello fino” gli fa eco un proverbio nostrano. Mentre Luciana Litizzetto raccomanda: “Ma quali rose rosse, per conquistare le donne occorrono mazzi di scarpe!”
Comodità, valore simbolico e moda coesistono in questi accessori così preziosi (e spesso costosi). Ma quando sono nate le scarpe?
Per lungo tempo l’umanità camminò a piedi scalzi. Laetoli, una località situata 45 km a sud della gola di Olduvai in Tanzania, è un sito preistorico di grande importanza, per la scoperta di impronte fossili di ominidi bipedi. Sulla soffice cenere eruttata da un vulcano 3,7 milioni di anni camminarono lasciando le loro impronte delle creature appartenenti ad una razza che i paleontologi hanno denominata Australopithecus afarensis. La pioggia caduta subito dopo all'eruzione favorì la cementificazione della cenere, che nel tempo si è trasformata in uno strato di roccia tufacea.
Le tracce vanno tutte nella stessa direzione, spesso sovrapponendosi. È stato ipotizzato che facessero parte tutti della stesso gruppo famigliare.
Dalla lunghezza delle impronte e dalla distanza è stato possibile calcolare che si trattasse di due individui adulti e un piccolo. Si tratta delle prime tracce lasciate da una famiglia di nostri progenitori. E tutti camminavano a piedi nudi.
Scarpe sono però state trovate nelle tombe egiziane, conservate grazie al clima arido del deserto. Normalmente, infatti, essendo realizzate in materiale organico (pelle, tessuto, legno, ecc) normalmente nelle sepolture le calzature si dissolvono, lasciando solo raramente delle tracce.
In ogni caso nell’antico Egitto le persone generalmente giravano a piedi nudi. I ricchi si facevano accompagnare da un servo che trasportava i sandali che avrebbero indossato al momento di entrare in casa dei loro ospiti. Alla corte del Faraone esisteva addirittura un incarico specifico, quello di “porta-sandali del re”. Le donne in ogni caso, pare non portassero mai le scarpe.
In Egitto quanto meno non avevano il problema del freddo. In Europa le scarpe erano certamente più diffuse, soprattutto d’inverno, per prevenire il rischio di congelamento.
Una scoperta eccezionale ha consentito di ritrovare un esempio reale di scarpe in uso sulle montagne all’incirca 3300 anni prima di Cristo. Nel 1991 nell’alta Val Senales, fu rinvenuto un cadavere mummificato immerso nel ghiaccio. Le straordinarie condizioni ambientali hanno permesso la conservazione non solo dei tessuti molli del corpo, ma anche di buona parte del vestiario. Tra le altre cose c’erano anche dei resti che sono risultati essere delle vere scarpe, indossate da un antico montanaro.
Erano scarpe adatte ad affrontare il freddo della montagna.
La suola era in pelle d’orso, con il pelo rivolto all’interno. Sul bordo c’era una stringa di cuoio che teneva ferma una rete realizzata intrecciando corde realizzate con le fibra del tiglio. All’internoi della rete veniva messa della paglia secca per tenere caldo il piede (un sistema utilizzato in Russia durante la guerra dai soldati russi. Sopra la rete c’era una tomaia in pelle di lupo, cucita alla suola. Una stringa di pelle applicata di traverso sotto la suola permetteva un’ottima tenuta sul tereno di montagna. Qualche difficoltà c’era in caso di pioggia o neve, invece, perché non erano scarpe a tenuta impermeabile.
Del resto anche molte delle nostre scarpe, in caso di pioggia o neve, s’inzupperebbero d’acqua.
Effettivamente l’uomo del Similaun, come è chiamato (è esposto a Bolzano nel museo archeologico), morì tra la tarda primavera e l’inizio dell’estate. E il fatto che sia stato vittima di un omicidio (all’interno del corpo si trova una punta di freccia) fa supporre che il nevaio in cui venne trovato sia stato il suo ultimo rifugio, al termine di una disperata fuga.

Scarpe scamosciate blu

Ci sono canzoni o libri che paiono essere scritti nel destino. E il destino bussò più volte alla porta di Carl Perkins. Carl Lee Perkins era nato a Tiptonville, Tennessee, il 9 aprile 1932, ma la famiglia si era trasferita subito nella Lake County, una zona di coltivazione di cotone. La famiglia di Carl era l’unica di bianchi in un paese abitato solo da neri. E quando Uncle John, gli regalò una chitarra insegnandogli i primi accordi Carl cominciò a suonare il blues rurale nero.
Il secondo appuntamento col destino avvenne alla fine del 1955, quando un amico gli parlò di un altro nero. Si trattava in questo caso del ricordo di un aviatore incontrato durante il servizio militare in Germania. Per fare dell’umorismo egli si riferiva alle sue scarpe regolamentari chiamandole le sue "scarpe di camoscio blu". L’amico propose a Perkins di scriverci sopra una canzone, ma il cantante rifiutò, dicendo “come posso scrivere una canzone su delle scarpe?”
Poche sere dopo, il 4 dicembre 1955 mentre stava suonando al Jackson club Perkins notò una coppia che stava ballando vicino al palco. Il ragazzo, un tipo coi capelli pieni di brillantina, continuava ad urlare ad alta voce alla sua dama: "Non calpestare le mie scamosciate!"
Perkins guardò dal palco e vide che il tizio indossava esattamente delle scarpe scamosciate di colore blu. Quella notte, colpito dal fatto che un tizio che aveva accanto una ragazza così carina non riuscisse a pensare ad altro che alle proprie scarpe, Perkins non riusciva a prendere sonno. Così si alzò e cominciò a scrivere la canzone. La mattina entrò in una cabina telefonica per cantarla via telefono a Sam Phillips, il geniale produttore della Sun che aveva già lanciato Elvis Presley, Roy Orbison, Jerry Lee Lewis, Johnny Cash.
La canzone uscì il 1 gennaio 1956. Due mesi dopo il pezzo era primo nelle classifiche rhythm’n’blues, in quelle country e in quelle pop, vendendo oltre un milione di dischi. Una cosa che non si era mai vista prima. La strada del successo sembrava trionfale, fino a che il destino non tornò a bussare, il 23 marzo 1956.
Quel giorno, poco dopo l’alba, mentre erano diretti in auto a New York per partecipare ad uno show televisivo Perkins e i suoi fratelli andarono a sbattere contro un autocarro carambolando dentro una pozza d’acqua. L’autista dell’autocarro morì nell’incidente, mentre i musicisti riportarono varie fratture. Perkins fu salvato dall’annegamento, ma rimase incosciente per un giorno intero. Quando rientrò dalla convalescenza, Perkins si convinse che il momento magico era già alla fine. Le altre sue canzoni non riuscivano a raggiungere il successo di quella straordinaria hit. Ne seguì una rapida discesa agli inferi per il musicista, con la bottiglia che lo trascinava sempre più a fondo.
Nel 1960 Elvis Presley incise una cover del pezzo, che aveva già interpretato in vari show televisivi fin dal 1956, contribuendo a farlo conoscere, riscuotendo un enorme successo e confermando la straordinaria potenza di questa canzone trascinante. Presley aveva deciso di incidere il brano anche per aiutare Perkins a risollevarsi grazie ai diritti che gli sarebbero spettati come autore.
Non fu però il denaro ad aiutare il musicista. Nel 1963 quattro ragazzi di Liverpool decisero di incidere alcuni brani scritti da Perkins che li avevano particolarmente ispirati nella loro formazione musicale. L’omaggio dei Beatles fece ritrovare a Perkins la voglia di suonare e scrivere. Continuò a farlo fino al 19 gennaio 1998, quando si spense per un cancro alla gola.
Elvis Presley l’aveva preceduto. Il 16 agosto 1977 era stato trovato morto nel bagno della sua villa a Graceland. Le cause della morte sono state a lungo al centro di ipotesi stravaganti e misteriose
Secondo alcuni Elvis in realtà non sarebbe morto, ma si sarebbe volontariamente allontanato dopo un’abile messa in scena. Ancora oggi decine di sedicenti ricercatori e associazioni elencano i numerosi possibili avvistamenti di Elvis, mentre circolano le teorie più inverosimili su di lui. Tra le più originali citiamo quelle che parlano di un suo inserimento nel programma di protezione dei testimoni da parte del FBI; di un suo ruolo nell’omicidio del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy; e persino quella di un’origine aliena del cantante.


Blue Suede Shoes, Elvis Presley

Foto Marta Rizzato

venerdì 25 marzo 2011

Il tema della settimana: scarpe

La derivazione della parola scarpa è latina: scàlpere (incidere). Lo zampino dell'antico alto tedesco, comunque, c'è e si vede, perché il significato del termine scrëvon è lo stesso.

Incidere, o scolpire, va messo in relazione con la scarpa per la punta che contraddistingue le calzature, quasi fossero scalpelli.

In effetti, ogni tanto, la scarpa e il piede si usano per colpire, ma la parola "scarpata" deve essere utilizzata solo per identificare un pendio che termina praticamente nel vuoto.

http://www.paolofranchini.tk/

giovedì 24 marzo 2011

Le scarpe di Siamo in Onda


"Prima di giudicare un uomo cammina per tre lune nelle sue scarpe". proverbio indiano.

Ma quali rose rosse, per conquistare le donne occorrerebbero mazzi di scarpe secondo Luciana Litizzetto. Prendete nota, uomini…

Ma se volete sapere tutto delle scarpe non dovete perdere Puntoradio. Perché c’è solo una trasmissione radiofonica a cui nessuno riesce a fare le scarpe: è Siamo in Onda, che sabato 26 avrà come tema proprio le SCARPE.

Come consuetudine c’è una domanda rivolta agli ascoltatori:

Giudicate una persona dalle scarpe che indossa? E cosa racconterebbero di voi le vostre scarpe?
Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


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 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)

Racconto: Finestra sul prato condominiale

Quella vi stiamo per raccontare è una storia come tante, uno storia di ordinaria quotidianità e di umani isterismi; una storia affacciata sul giardino di una casa come tante. Forse è proprio la vostra, e la donna che sta sbraitando è la vostra vicina.




I vetri della nostra cucina tremarono quando la signora Mina spalancò le sue persiane urlando: “Lei dove crede di andare con le sue scarpe piene di terra? Ci sporca d'erba la moquette dell'ingresso! Ha idea di quanto spendiamo per tenerla pulita perché un imbecille come lei decide di usare l'uscita sul retro e di attraversare il nostro prato!?”

Il ragazzo in giardino fece un salto dalla sorpresa e si guardò la suola delle scarpe, poi riprese colore e disse qualcosa troppo piano perché potessimo sentirlo, indicando la striscia di moquette tra il prato e l'uscita. Mina sbraitò: “Cosa gliene importa a lei se noi teniamo la moquette all'aperto! Non è vero che ci piove sopra! L'abbiamo messa per non scivolare sul marmo bagnato, era pericoloso!”

Il ragazzo si portò l'indice alla tempia e picchiettò ripetutamente.
Mina riprese: “Questo è uno stabile decoroso, non possiamo mica mettere i sanpietrini come un vicoletto di paese! Abbiamo speso dei bei soldi per comprare gli appartamenti qui e non ci faremo rovinare l'investimento togliendo il marmo. Se lo scordi!”

Il ragazzo, ormai rosso in faccia, allargò le dita formando un cerchio e indicò diversi punti del prato in fila. Sentimmo solo gridare la risposta: “No, non ci pensiamo nemmeno lontanamente a mettere delle pietre sul prato per non sporcarsi le scarpe. Non buttiamo via i soldi per farvi i sentierini!”

Il ragazzo indicò verso la finestra della signora Mina, poi verso quella della portiera del condominio da cui era appena uscito e infine allargò le braccia e si piantò i pugni sopra le anche.
Mina latrò: “Io avevo un motivo per andare dalla portinaia, dovevo consegnare una lettera, non potevo mica fare tutto il giro del condominio solo per una lettera. Lei invece non ha nessuna esigenza, proprio nessuna!”

Il ragazzo se ne andò stizzito, mentre una raffica di improperi gli rimbalzava sulle spalle.

Mio marito mi guardò allibito con la forchetta a mezz'aria: “Il verde condominiale non dovrebbe essere rilassante?” io appoggiai il bicchiere e mi pulii la bocca col tovagliolo: “Pare di no.”


Finestra sul prato condominiale  di Francesca D'Amato

mercoledì 23 marzo 2011

Scrivono di noi

Un grazie a Giornale di Arona che, nei giorni scorsi, si è occupato di noi e, in particolare, della serata "Parole al vento" di Pombia. Cliccate sull'immagine per ingrandire l'articolo.


lunedì 21 marzo 2011

Racconto: AlLuce verde

Sono convinto che se voi foste una pianticella, una di quelle che si tengono sul balcone di casa, sareste felici che ad accudirvi ci fosse qualcuno come lui; uno preciso e meticoloso come il protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.


Bene…dunque…da dove posso cominciare…Bè, innanzitutto mi presento. Sono colui che si prenderà cura di te. Eh sì…mi hanno detto che per farti crescere bella e sana devo anche parlarti. E quindi, parliamo! Tu ti chiami, ti chiami, aspè che è una roba tutta strana che non mi resta in mente…ah, ecco! Nepeta cataria! Ahhhrghhh…ti chiamerò semplicemente Erba-Gatta...del resto è quello che sei! Mettiamo subito in chiaro una cosa. Io…lavoro! Tutte le mattine mi sveglio prestissimo e sono preciso e puntuale, e alla sera quando rientro è già buio. Mentre a notte fonda non puoi contare su di me, ricordatelo! Quindi…vedi di bere tanto durante il giorno! Se no io posso stare qui a parlarti per ore, ma se tu non bevi…ciccia! Mi muori! E sappi che questa per me è una sfida. Farti sopravvivere…dici poco! Ti stai chiedendo perché proprio a te è capitata uno come me?
Eh, bella mia, così gira il mondo! Io ogni santo giorno mi prendo cura di tutto quello che mi circonda. Ci provo sempre anche con quei bellissimi vasi di fiori colorati. Che impegno però! E che disperazione vedere quei fragili petali scolorirsi e seccarsi minuto dopo minuto. Sono capace anche di questo sai? Mannaggia alla siccità!
Tu sei semplice, senza troppi fronzoli. Per cui, se non ti dispiace, gradirei che tu mi facessi capire quando hai qualcosa che non va, senza per forza generare nugoli di parassiti, ci siamo capiti? Mi hanno detto che in teoria produci un olio repellente proprio per gli insetti…quindi, vediamo di collaborare! Ora siamo una squadra io e te! E sono certo che andrai d’accordo anche con l’inquilina di casa: dicono che hai proprietà anti-nevrosi isterica...eheheh…le tornerai molto utile! Non credo che sappia che sei erba-gatta. Tu zitta però? Mi raccomando! Mica che poi si prenda anche un gatto! Allora sì che sei finita! Ora scappo…è il tramonto. Ci vediamo domattina alle 5.46 puntuale…
Ah, a proposito, io mi chiamo Sole!



AlLuce verde
scritto da Paola Perry Amadeo

Compleanno letterario

Soffia su 78 candeline (19 marzo) lo scrittore a stelle e strisce Philip Roth, la cui celebrità è legata soprattutto al romanzo Lamento di Portnoy.

La produzione di Roth, comunque, ruota intorno a contenuti profondi e sentiti (quali, ad esempio, la vecchiaia o la malattia) e gli ha fatto meritare numerosi riconoscimenti come il Pulitzer per la fiction nel 1988.

Alcuni suoi libri, poi, sono stati resi immortali anche dal cinema e, fra questi, vanno ricordati La macchia umana (con Anthony Hopkins e Nicole Kidman) e L'animale morente (da cui è stato tratto Lezioni d'amore con Ben Kingsley e Penélope Cruz).

Rivediamoli: le immagini dell'ultima puntata

Va in onda questa sera alle 21 la replica dell'ultima puntata di Siamo in Onda, quella di sabato 19 Marzo. Nel frattempo vi proponiamo alcune immagini della serata. Erano ospiti, tra gli altri: Kali, Rossana Girotto e Alessandro Crippa. Buon Ascolto!





domenica 20 marzo 2011

Racconto: Dove l’erba non tremava

Alzate lo suardo oltre la siepe di casa vostra. Potreste scorgere un simpatico vecchietto intento in virtuose operazioni di giardinaggio. Quell’anziano signore è il signor Franco, il protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.


In quel giardinetto, accanto alla villa di legno e mattoni, non c’era suono né movimento alcuno.
Tutto era quieto, calmo, immobile.
Il proprietario – un anziano signore di nome Franco, con baffetti sottili ed occhi minuscoli – era assai dedito alla cura del suo giardino.
E, così, ogni giorno, con in mano un paio di forbicine ed un pettine, spuntava una foglia... pettinava l’erba scarmigliata dal vento... sistemava la messa in piega di una siepe, o cotonava la chioma di un salice un po’ troppo piangente.

Sì, Franco spuntava, pettinava, e cotonava... perché, per tutta la vita, non aveva fatto altro che il parrucchiere. Ed il suo modo di essere era stato influenzato dal suo lavoro a tal punto, che nemmeno con il sopraggiungere dell’età e della pensione era riuscito a trovarsi un’altra passione.
Per tale ragione barbe, capelli, chignon, e basette si erano semplicemente sublimati in aiuole, cespugli, e bonsai.
Tutti perfettamente curati ed immobili, in quel giardino nel quale l’erba non oscillava mai. Insensibile al vento. Noncurante delle brezze e dei refoli d’aria.
In quel giardino le farfalle, immobili, non erano altro che spille irrigidite, appuntate su petali fermi di fiori cristallizzati.
Perché Franco non aveva mai perso quella sua maledetta abitudine.
E, finito il lavoro, cospargeva foglie, pollini, e coccinelle con tonnellate di lacca spray.




Dove l’erba non tremava,
scritto da Federico Di Leva,
è un omaggio al genio di Tim Burton e al capolavoro cinematografico “Edward mani di forbice”

Libri: I più venduti della settimana

In questa settimana di festeggiamento e orgoglio tricolore, la classifica diffusa da UniLibro ha consegnato al primo posto Vieni via con me di Roberto Saviano (Feltrinelli) seguito da La legge del deserto del sempre convincente Smith Wilbur (Longanesi) e dalla new entry Gran circo Taddei e altre storie di Vigàta di Andrea Camilleri (Sellerio).

Nessuno scossone, invece, nella Top100 di Ibs: in testa si è visto sempre Odore di chiuso (Marco Malvaldi, Sellerio), tallonato da La mappa del destino (Glenn Cooper, Nord) e da L'allieva di Alessia Gazzola (Longanesi).

Tutto questo e molto altro, ecco il mio solito pro-memoria, dai link che troverete sul sito http://www.varesenoir.tk/.


sabato 19 marzo 2011

GARIBALDI A SESTO CALENDE


La grande tela da titolo "Il passaggio del Ticino a Sesto Calende dei Cacciatori delle Alpi il 23 maggio" di oltre sei metri, dipinta dal milanese Eleuterio Pagliano e conservata nella collezione dei Musei Civici di Varese, testimonia lo sbarco dell'eroe nella cittadina lombarda dopo essere salpati nella notte da Castelletto Ticino, in Piemonte.

Era la notte tra il 22 e 23 maggio 1859 e le truppe dei Cacciatori delle Alpi passavano il Ticino a Sesto Calende. Quell' azione apriva ufficialmente le ostilità tra l'esercito piemontese e le truppe austriache e nulla sarebbe stato più come prima.
La tela racconta il coraggio e l'emozione dei volontari pronti a sbarcare. Al centro della tela, in piedi sul molo, proprio Giuseppe Garibaldi, che aveva preparato e diretto l'intervento. Dietro di lui, il suo stato maggiore: Giacomo Medici, Nino Bixio, Gaetano Sacchi ed Enrico Cosenz. Nelle barche, i soldati.

Lo stesso giuseppe Garibaldi racconta la vicenda, con accenti davvero poetici, nelle sue memorie autobiografiche:

"Da Borgomanero ordinai i viveri ad Arona e gli alloggi, persuaso che in quel paese non mancherebbero spie austriache da informare il nemico.
Giunsi ad Arona colla brigata al principio della notte: entrai nel paese con alcuni cavalieri fingendo di voler prendervi stanza, secondando la finzione gli uffiziali d'alloggio, commissari e forieri. Ordinai segretamente che si prendessero tutte le precauzioni sui differenti accessi del paese, acciocché la truppa non entrasse e la feci incamminare verso Castelletto.
La notte era oscura, la pioggia continuava a cadere, sottile ma insistente. I soldati non cantavano più, ancora qualche strofa sussurRata a bassa voce, poi un silenzio profondo; solo il passo cadenzato della colonna rompeva la monotonia della notte. Ognuno si studiava di camminare leggiero, quasi che il rumore potesse destare il nemico e rovinare l'impresa ed intanto, quanti pensieri lieti e melanconici! La mente correva alla famiglia, al paese, ai campi, alle battaglie future...
Si assaporavamo già le gioie delle vittorie, si pregustavano le accoglienze entusiastiche, la soddisfazione, l'orgoglio, di aver reso un servigio alla patria, ed a tali pensieri, i soldati, spinti quasi dal desiderio di giungere presto alla mèta marciavano senza accorgersi del cammino, distratti, di quando in quando, dal comando, pronunziato a bassa voce, secco, reciso. Giunsero a Castelletto ad undici ore passate".

La traversata si compì in ordine; solamente, come dice Garibaldi "siccome le barche erano un po' pesanti e molto cariche, non potevansi maneggiare facilmente e non approdavano allo stesso luogo; alcune anzi erano trascinate alquanto abbasso dalla corrente".

venerdì 18 marzo 2011

QUELLA VOLTA CHE GARIBALDI COMBATTE' I SARACENI


si parla, e si scrive, tanto dell'Unità d'Italia e del 150 anniversario. A questo proposito vi racconto una mia esperienza estiva. Per sorridere delle nostre lacune. Piccole, ma profonde...

E come ha dimostrato la recentissima intervista delle Iene ai nostri parlamentari, sono anche molto diffuse.



GARIBALDI, I SARACENI E L’ALTRO MONDO

Ieri, di ritorno dalla mia vacanza trascorsa a Recco, nel treno che mi porterà a Genova trovo posto accanto a un uomo e suo figlio, un bambino di circa dieci anni. Il padre ha una voce tonante, dallo spiccato accento genovese. Il bambino ha una faccia simpatica, tonda e spruzzata di lentiggini. Conosce a memoria il nome delle stazioni che ci attendono: Pieve Ligure, Bogliasco, Genova Nervi…
Il treno si ferma a Quarto dei Mille. Il padre sentenzia che questo “è il paese di Garibaldi”.
Il bimbo chiede spiegazioni e io, figlia di uno studioso di Storia Militare e di biografie dei Grandi Personaggi, chiudo gli occhi e mi appresto ad ascoltare una storia affascinante che mi riporta all’infanzia.
Vedi che si chiama “dei Mille”, gli dice, perché Garibaldi è partito da qui con la nave insieme con altri mille uomini.
A far che? Domanda il piccolo.
Il Sapere del padre però è labile: beh… è andato per mare… per combattere.
Combattere chi? – il bambino è veloce nel riflettere sulla propria domanda e si dà subito la risposta: i Saraceni! È andato a combattere i Saraceni, vero papà?
Vero -
risponde quello, sollevato.
E com’è finita? Hanno vinto? Il bimbo è curioso, e a questo punto lo sono anche io.
Eh mica tanto, li hanno ammazzati, c’è anche la famosa canzone “Eran mille giovani e forti e sono morti”.
Mi scappano un singhiozzo e una lacrima. Il bimbo mi guarda di sottecchi, il padre mantiene il cipiglio, sicuro di sé. Mi scende un’altra lacrima, vorrei giustificarmi dicendo che questa infausta sorte garibaldina mi commuove sempre. E pensare che io ero rimasta alla gamba ferita…
Fingo una crisi allergica, mentre penso che se fosse andata davvero così, Quarto sarebbe rimasto soltanto il paese prima di Quinto, e La Spigolatrice di Sapri sarebbe stata molto, molto più lunga. Almeno tre volte: trecento per tre fa novecento, il centinaio che avanza lo mandiamo in licenza poetica. La matematica non è un’opinione, mentre la Storia sì, a quanto pare.
Altro che Spoon River! De Andrè avrebbe cantato Mercantini, e ci sarebbero voluti almeno dieci album.
Ma il padre non demorde, e declama lo slogan: Ah, Garibaldi l’Eroe dei due mondi!
Perché dei due mondi, papà?

La spiegazione, un po’ esitante, arriva: beh, Garibaldi girava, andava per mare già prima di partire da Quarto… in fondo era un navigatore (stessa accademia di Colombo, immagino)
Sì - incalza il bambino - sarà stato in Africa perché era lì che c’erano i Saraceni…
Ma l’uomo ha un’illuminazione, e attacca: devi sapere che una volta, ai suoi tempi, l’Italia non era come adesso. Era divisa in due, Regno del Nord e Regno del Sud. E il Sud era diversissimo dal Nord, praticamente un altro mondo. E Garibaldi è andato anche al Sud, e allora si dice “i due mondi”.
Il bimbo sembra soddisfatto. Nessun accenno alle camicie rosse, a Cavour, all’Obbedisco. Giustamente, perché Vittorio Emanuele II ai tempi dei Saraceni mica esisteva.
Arriviamo al capolinea, Genova Principe. Ed ecco puntuale la domanda: perché “Principe”, papà?
Vorrei tanto sentire la risposta, ma devo correre a prendere la coincidenza per Milano.
Peccato, so di essermi persa la fantastica storia di Emanuele Filiberto, al quale i genovesi dedicarono la stazione dopo che vinse il Festival di Sanremo, calando a passo di danza dal Regno Svizzero di Nord-Nord, e contro il quale nulla poté il Feroce Saladino.

giovedì 17 marzo 2011

Un racconto tricolore: Il fattore di Potenza

L'atmosfera frizzantemente patriottica del giorno mi ha ricordato di una bella storia che tempo fa Antonella Mecenero, una delle stelline del firmamento di autori di Siamo in Onda, ha scritto per noi. Ve la ripropongo con molto piacere.



Si sentono spari lontani, le mucche alzano la testa e poi riprendono a ruminare.
L’ho detto al padrone e lui mi ha risposto di portare le vacche al pascolo.
In tre anni l’erba è cresciuta sul rudere della casa crollata.
Ho portato le mucche qui, per stare più vicino a mia madre, che riposa sotto le macerie.
Quando c’è stato il terremoto, ho chiesto aiuto al padrone, lui ha risposto di portare le vacche al pascolo.
Ieri, dopo la messa, il prete mi ha preso da parte.
Ha detto che mio figlio ha orecchio pronto e cervello fino, di chiedere al padrone di farlo studiare.
Il padrone dice di insegnargli a portare le vacche a pascolare.

Si sentono degli spari lontani, c’è chi dice che sono banditi, chi patrioti.
Per le strade, a Potenza, c’è chi canta il “Va, pensiero”.  Raccontano di un uomo dalla barba bionda e la camicia rossa, venuto per fare l’Italia e cambiare le cose.
Io sono il fattore del padrone, figlio del fattore del padrone, conosco solo le strade di Potenza e i pascoli buoni sulle colline.
L’Italia non so cos’è. Ma so che voglio un futuro più ampio di queste montagne per mio figlio.
Oggi lascio le mucche qui, vicino alla tomba senza lapide di mia madre e prendo il fucile.
Sono solo un fattore di Potenza, ma vado a fare l’Italia, a scoprire cos’è.
Vado a prendere il futuro per portarlo a mio figlio.



Il fattore di Potenza di Antonella Mecenero
Questo racconto è pubblicato anche tra le pagine di "Parole al vento",
il libro di storie di Siamo in Onda il cui ricavato è destinato ai finanziare i progetti di integrazione e crescita di AGBD Arona - Ass. Genitori Bambini Down.
Altre informazioni le trovate qui.

lunedì 14 marzo 2011

Racconto: Cibo color delle nubi

Il colore del pane è un particolare che raramente sfiora i nostri pensieri. Eppure il candore che si nasconde sotto quella sua scorza croccante ha qualcosa di magico se ad osservarlo sono gli occhi di un bambino. “Cibo color delle nubi” è il titolo del racconto che Antonella Mecenero ha scritto per noi.



Il giorno in cui per la prima volta accompagnai mio padre a vendere le pelli all’emporio del forte, il mercante mi diede un piccolo pane.

 All’esterno era color della paglia e ruvido al tatto, ma quando lo aprii scoprii un tesoro di profumo e di bianco.

 Io di bianco conoscevo le nubi d’estate, prima che si facessero grigie di pioggia. La neve che d’inverno portava la fame e assediava le tende. I petali sottili di piccoli fiori, prima che lo calpestasse il bisonte.
 Le nubi le inseguivo, senza poterle prendere mai. Catturavo la neve, che mi raffreddava le dita e poi andavano scaldate vicino al fuoco e si facevano rosse e dolenti. I petali invece, quando li stingevi, subito appassivano, scurendosi nel palmo della mano.
 Era bianco anche il grasso della carne di un animale appena ucciso, ma si scioglieva sul fuoco o mutava in rancido giallo.

 Non avevo mai mangiato niente di bianco, chiaro come la pelle dell’uomo che me l’aveva donato, buono, pensai, come il suo sorriso.
 L’aroma riempiva la bocca prima quasi del morso. Pensai che ci si potesse saziare solo con quel profumo, ma poi lo addentai, croccante e poi morbido e dolce.
 E io invidiai l’uomo bianco di un’invidia da bambino. Non per i troppi fucili, i cavalli e i cannoni. Lo invidiai per il pane e pensai che era davvero gente migliore, se poteva mangiare ogni giorno così.

 Quando poi uscimmo nel cortile, vidi i soldati con le giacche azzurre tutte macchiate di fango, come cieli sporcati di nubi, che si riposavano all’ombra di quella grande tenda che non si può spostare e che chiamavano “forte”. Mangiavano piano anche loro pezzi di pane, ma le loro pagnotte erano scure, color della pelle del bisonte e ne masticavano a lungo i pezzetti, come fossero dure cotenne.

 E io fui contento, allora, che ai soldati fosse negato il privilegio del cibo color delle nubi. Ma poi sorse, piano, il disagio per un popolo che sapeva colorare differenze anche con un boccone di pane.




Cibo color delle nubi di Antonella Mecenero

Compleanno letterario

Anche questa volta ci dobbiamo alzare in piedi perché la festa è tutta per un mito della letteratura: compie infatti 148 anni (12 marzo) il Principe di Montenevoso, ovvero Gabriele D'Annunzio.

Scrittore, poeta, militare, politico, è considerato il simbolo del Decadentismo e, sia in letteratura sia in politica, lasciò segni che ebbero un influsso sugli eventi degli anni a seguire.

Oltre a opere come Il piacere, Alcyone o La figlia di Iorio, a D'Annunzio si deve anche la nascita di parole come automobile, tramezzino, velivolo, folla oceanica e di marchi oggi stranoti come Saiwa e La Rinascente. Una curiosità fra le tante: ai tempi, fu anche testimonial dell'amaretto di Saronno e dell'amaro Montenegro.

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domenica 13 marzo 2011

Racconto: Buono come il pane

Valentina Cosimi, una delle nostre autrici, ci regala una storia che è un frammento di memoria. Una storia che ha profumi e sapori che ti toccano il cuore. Una storia buona; buona come il pane.


“Buono come il pane”.
Una delle espressioni più usate. Però non sai davvero quanto è buono finché non lo fai con le tue mani.
Ho 7 anni e gioco in giardino.
“Elena!”.
È mia nonna. Ha macchie di farina sul viso.
“Voglio insegnarti a fare il pane”. Fiuu, l'ho scampata.
“Il pane? Ma è difficilissimo!”
Non finisco la frase che mi ritrovo in cucina. Una seria, di quelle di una volta: grande, con un tavolo di marmo per impastare.
Nonna mi porge la farina e mi mostra come fare: prima una montagnola, magicamente trasformata in vulcano. Il cratere al centro serve ad accogliere acqua e lievito madre. Non quello schifo di lievito di birra che si usa oggi. Il lievito madre è il segreto per un pane fragrante, profumato e che  dura giorni.
Niente sale. Il pane casereccio nel Centro Italia si fa “sciapo”, per gustarlo coi salumi, che per contrasto sono molto saporiti.
Guardo nonna e la imito: con la forchetta sposto un po' di farina verso il centro, fino a farla diventare  tutt'uno con acqua e lievito. L'operazione è sempre più complicata. La densità aumenta e l'acqua è quasi del tutto assorbita. È arrivato il momento di abbandonare la forchetta.
Ah, che piacevole sensazione! La pasta prende vita tra le mie mani e devo metterci davvero tutta la mia forza per domare quella palla da bowling.
“E ora nonna?”
“La nostra parte è terminata: ora tocca a lievito, umidità e aria. Copri la palla con un canovaccio e andiamo a vedere cosa fa il nonno”.

A sera torniamo al tavolo.
La palla è diventata un pallone! Non credo ai miei occhi.
Un'altra veloce impastata e mettiamo il pane sulla pala e poi nel forno a legna. Non prima di aver assaggiato un pezzo di pasta cruda però: gnam!
“Quanto ci vorrà nonna?”
“Te ne accorgerai cara”.

Sono le mie narici ad accorgersene. Il profumo riempie la casa. Il pane è pronto.
Nonna mi aiuta a sfornarlo perché non mi scotti.
Io mi fiondo all'attacco di quella prelibatezza, ne taglio una grossa fetta e la divoro avidamente. Brucia da morire. Ma che buono!
Non ho mai mangiato nulla di simile in vita mia.
Ci credo: è il mio pane. E lo è tutt'ora, trentatre anni dopo.



Buono come il pane di Valentina Cosimi

Libri: I più venduti della settimana

La top 100 di Ibs si apre anche questa settimana con Togliamo il disturbo (Paola Mastrocola), a cui seguono La legge del deserto (Wilbur Smith) e Il profumo delle foglie di limone (Clara Sánchez).

La sezione dedicata alla letteratura cattiva, invece, vede primeggiare Odore di chiuso (Marco Malvaldi) sempre tallonato da La mappa del destino (Glenn Cooper) e da L'allieva (Alessia Gazzola).

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sabato 12 marzo 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini

Il sacchetto del pane (di Corrado Vigo)
Euro 7,00 - Pagg.64 - A&B
E' più un racconto lungo di un romanzo, in ogni caso l'autore riesce a descrivere bene i luoghi della sua Sicilia. I particolari, poi, sono talmente raffinati da sembrare romantici. Il commissario Russo, il protagonista, ricorda la propria infanzia, mentre indaga su casi banali (come le scritte vandaliche sul muro di una chiesa) e su vicende davvero brutte (l'omicidio del dottor Frasca). Un buon libro d'esordio, da quanto si dice.
Pane e sangue (di Jean-François Parot)
Euro 18,50 - Pagg.364 - Passigli
Mentre monta il malumore del popolo francese, Nicolas viene spedito a Vienna (da Maria Teresa, perché anche lì c'è odore di cospirazioni), in Francia scoppiano i tumulti della 'guerra delle farine' per via del rialzo del prezzo del grano. Quando Nicolas rientra a Versailles, subito deve
indagare sulla morte di un fornaio perché vi è il dubbio che si tratti del primo segnale di un complotto. Ma c'è relazione fra quanto accade a Vienna e quanto accade adesso a Parigi? Con l'aiuto di Luigi XVI e qualche amico, il nostro eroe affronta la situazione senza paura, fra trappole e peripezie. Alla fine, ovviamente, avrà la meglio. Ma la cosa che più deve interessarci di questo romanzo è la maestria dell'autore nel ricostruire ambienti e personaggi di una delle epoche forse più affascinanti della storia.

Il pane della bottega del mistero

 Tomba del panettiere Eurisace, Roma 30 a.C.

Le origini del pane

Quella che andiamo a raccontare è una storia antica, che inizia circa diecimila anni prima di Cristo, quando i ghiacci che coprivano l’Europa cominciarono a sciogliersi.
Dopo millenni in cui le terre erano rimaste coperte da una coltre di ghiaccio spessa centinaia di metri, la nuova disponibilità di terre e il clima mite portò ad un cambiamento profondo del modo di vita dell’umanità. Per lunghissimo tempo gli esseri umani avevano condotto un’esistenza nomade, cibandosi dei frutti spontanei che potevano raccogliere e della carne degli animali che riuscivano a cacciare.

Nel giro di pochi secoli l’umanità imparò ad allevare gli animali e a piantare i semi di determinate piante, attendendo il tempo giusto per raccoglierle e consumarle.
Tra l’altro, si ritiene che siano state le donne ad “inventare” l’agricoltura, poiché erano loro a conoscere le piante e i frutti ed erano sempre loro a macinare i semi raccolti per ottenere farina che cocevano su pietre roventi. È in questo periodo che troviamo statuette di terracotta che raffigurano immagini femminili e che sono interpretate come raffigurazioni della “Dea Madre” una grande divinità femminile che dispensava la fertilità della terra e delle donne.

In breve tempo questo pane primitivo divenne la base dell’alimentazione. All’inizio però non era lievitato. Furono gli Egizi a scoprire il segreto della lievitazione, forse per caso, avendo dimenticato  l'impasto all'aria per cuocerlo il giorno dopo.
I greci invece iniziarono ad aggiungere latte, olio, formaggio, erbe aromatiche e miele, fino a produrre almeno settanta diverse qualità di pane. Tra l’altro furono loro i primi  a panificare di notte. I Romani non solo lo producevano utilizzando diversi tipi di cereali, come il farro e l’orzo, ma compresero l’importanza sociale connessa alla disponibilità di grandi quantità di questo alimento. Panem et circenses era la formula con cui si definiva una vera e propria politica mirata ad ottenere il consenso mediante la distribuzione di farina per il pane e di biglietti d’ingresso per le corse dei cavalli.

Cibo e distrazione di massa erano insomma l’antidoto a quelle “rivolte del pane” che in tutti i tempi hanno rappresentato l’incubo dei governanti.
Infatti furono proprio le rivolte per il pane ad accendere la miccia della Rivoluzione Francese nel 1789. A questo proposito si racconta che la regina Maria Antonietta, che viveva nel lusso e separata dalla sua gente, sentendo che il popolo si ribellava per mancanza di pane domandò stupita perché non mangiassero, invece, le brioches.

Il pane ha accumulato nel tempo anche molti valori simbolici e religiosi.
Per gli Ebrei il pane azzimo, senza lievito, è quello cotto ricordando la notte in cui si prepararono a fuggire dall’Egitto, paese in cui erano schiavi. Il Messia, che si avvaleva sovente di simboli facilmente comprensibili presi dalla vita quotidiana, fece del pane e del vino i simboli del suo corpo e del suo sangue durante l’Ultima Cena.

Tra l’altro un’antica usanza vuole che il pane non debba mai essere posto sulla tavola capovolto.
In effetti i fornai, per rendere facilmente riconoscibile il pane destinato al boia, che era considerato impuro perché era a contatto con i morti, lo cocevano rovesciato. Per questo ancora oggi si crede che il pane rovesciato porti rovina.


Il menestrello ed il bandito

Nel 1970 Fabrizio De André pubblica il suo quarto album dal titolo “La buona novella”. Si tratta di un concept album in cui tutte le canzoni ruotano attorno a temi evangelici. L’album nasce da un’idea del paroliere Roberto Dané, ispirato alla lettura dei Vangeli apocrifi (in particolare, del “Protovangelo di Giacomo” e del “Vangelo arabo dell'infanzia”).
I Vangeli apocrifi sono una serie di testi che parlano della vita di Gesù, presentando spesso un carattere magico-fiabesco. Inoltre sono caratterizzati da una conoscenza molto approssimativa degli usi e costumi giudaici e spesso contengono errori di natura storica o geografica che li rendono documenti di scarso il valore storico. Per questi e altri motivi sono esclusi dal canone della Bibbia e non vengono letti durante le celebrazioni cristiane. Solo una parte dei vangeli apocrifi, tuttavia, è stata dichiarata eretica.

Altri, in particolare i vangeli apocrifi dell'infanzia hanno costituito una ricca fonte di ispirazione per molte raffigurazioni artistiche anche all’interno delle chiese, come per molte tradizioni consolidate.
Così, ad esempio, la tradizione del bue e dell’asinello nella grotta di Betlemme deriva dal “Vangelo dello pseudo-Matteo”; mentre il nome dei tre re Magi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre deriva dal “Vangelo armeno dell'infanzia”. Il “Protovangelo di Giacomo” narra invece della nascita miracolosa di Maria, della sua infanzia al tempio di Gerusalemme e del matrimonio miracoloso con Giuseppe. Tutti elementi non presenti nei vangeli canonici.

Nel 1970 Fabrizio De André pubblica anche un 45 giri, “Il pescatore”/”Marcia nuziale”. La canzone del lato A, pur non essendo direttamente collegata al concept album “La buona novella” presenta elementi di vicinanza ideale. Un vecchio pescatore sta dormendo sulla spiaggia, quando viene svegliato da un assassino in fuga. Il vecchio, senza chiedere nulla, versa il vino e spezza il pane a chi dice di avere sete e fame. Semplici gesti, che dicono molto della visione della vita del cantautore genovese. Più tardi, invece lo stesso pescatore negherà con un sonno profondo ogni informazione ai gendarmi.
Il decennio successivo porterà De André ad avere effettivamente a che fare con banditi e gendarmi. Mentre gli ambienti della sinistra extraparlamentare criticavano duramente il cantante “borghese” De André, i servizi segreti lo spiarono per circa un decennio, sospettandolo di essere un simpatizzante delle Brigate Rosse. Anche l’acquisto di un terreno in Gallura da parte della sua compagna, Dori Grezzi, fu interpretato come il possibile indizio della creazione di un campo di addestramento per i terroristi.

Sempre in Sardegna De André ebbe modo, suo malgrado, di incontrare dei veri banditi. La sera del 27 agosto 1979, il cantante e la sua compagna furono rapiti dall'anonima sequestri sarda.
Vennero tenuti prigionieri per quattro mesi sulle montagne di Pattada, e liberati solo dietro il pagamento del riscatto. Al processo De André, coerentemente a quanto spesso aveva cantato, perdonò i suoi carcerieri, che in fondo erano degli emarginati, ma non i mandanti che erano invece persone economicamente agiate.

A proposito di pane e fornai, il brano “il Pescatore” fu riarrangiato dalla PFM (Premiata Forneria Marconi) nel 1979.
Si tratta di una versione eseguita anche in occasione del concerto svoltosi nel 2000, ad un anno dalla morte di De Andrè, al Teatro Carlo Felice di Genova. Vi presero parte molti nomi noti della musica italiana e ne fu tratto un CD i cui proventi sono stati destinati a progetti per l’infanzia avviati dalla Fondazione Fabrizio De André.

Fabrizio De André, il Pescatore.

venerdì 11 marzo 2011

Il tema della settimana: pane

La parola pane è di indubbia derivazione latina (pànem) in cui gli etimologisti scoprono la radice pà (nutrire); qualcuno, comunque, riconduce la stessa radice anche al significato di proteggere, sostenere (da qui, forse, anche Padre).

Il termine pane dà poi vita a numerosi modi di dire che sono arrivati anche ai giorni nostri, come "mangiare il pan petito" (vergognarsi di una cosa fatta), "mangiare il pan del dolore" (vivere di stenti), "rendere pan per focaccia" (rendere il torto subito) oppure "tornare al pan duro" (diventare di nuovo povero).

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giovedì 10 marzo 2011

Il pane di Siamo in Onda



Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui.
Dante Alighieri, Paradiso

“Non di solo pane vive l’uomo” disse Qualcuno che, con il dovuto rispetto, di pani spezzati, moltiplicati e fatti carne mistica se ne intendeva più di chiunque altro.
Proprio per questo il pane è più di un alimento. È il simbolo stesso del cibo, oltre che la pietanza minima, come ben sapevano i carcerati che un tempo erano lasciati a pane ed acqua. Del resto nel parlare comune togliersi il pane di bocca equivale a fare grandi sacrifici.
E poi, per dire pane al pane e vino al vino, sappiamo tutti che la maggior parte dell’umanità deve guadagnarsi il pane col sudore della fronte, sempre che non mangi il pane a tradimento.
Poi certo, c’è chi non distingue il pane dai sassi e quindi farebbe bene a mangiare pane e volpe.
Qualche volta però si possono fare buoni affari, se ci son cose che vengono via per un pezzo di pane.
Altre si vendono come il pane ed è comodo allora dedicarsi al commercio.
Quanto alle persone, ci son quelle che sono un pezzo di pane, quelle che passano il loro tempo a rendere pan per focaccia e quelle che semplicemente vi far cascare il pan di mano.

C’è però solo una trasmissione radiofonica buona come il pane: è Siamo in Onda, che sabato 12 avrà come tema il PANE.

Come consuetudine c’è una domanda rivolta agli ascoltatori:

Una domanda culinaria: la vostra ricetta facile facile per recuperare il pane?

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:       
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia

- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia       

- INTERNET in streaming su www.puntoradio.net


Per intervenire in DIRETTA:
- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it

- via SMS:.389 96 96 960    
   
 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)

lunedì 7 marzo 2011

Racconto: Raniero Tomasi, professione killer

Nelle storie che di solito vi raccontiamo i personaggi seguono nella trama traiettorie ben precise. Traiettorie disegnate e ragionate dalla mente dell’autore. Capita però a volte che qualcosa sfugga al controllo di chi scrive. E allora succede quello che state per leggere.


Raniero non è contento di se stesso. O meglio di quello che l’Autore vuole da lui.
La mente dell’Autore produce personaggi che affollano il suo studio. Si siede alla scrivania e i personaggi roteano attorno a lui, cercano di farsi notare.
L’Autore, stilografica in mano, li guarda, chiede a uno di spostarsi, a un altro di pronunciare una frase, la prima  che gli salta in mente.
Sceglie.

E Raniero si ritrova sulla carta, infilato tra le righe. Con un nome che non gli piace.
Raniero Tomasi. E una professione: Killer. Che gli piace ancor meno.

“ Ti dò un’ascia, uno spiedo e  il veleno.” dice l’Autore.
Il primo incarico gli viene  da una donna. Una certa Elena senza-cognome. Vuole  eliminare il marito, subito, la sera stessa. Una storia banale, di tradimenti  e Raniero non ama le storie banali. Sbuffa e arriccia il naso, ma quella sera stessa il signor Emidio Germani, marito di quella Elena senza-cognome smette di tradirla. Convinto dallo spiedo del camino. In pieno petto.

E ora tocca a Gianni. Raniero si ribella. È affezionato a Gianni. L’ha conosciuto nello studio dell’Autore. Dietro le sue spalle, si sono scambiati opinioni sul suo modo di scrivere, hanno scrollato la testa su  improprietà lessicali e piattezza di stile.
“Gianni è il secondo.” dice  l’Autore. “Non protestare. Tre persone e basta.”
“E  poi io faccio fuori te” pensa.

Raniero e Gianni, alleati, cercano un’ascia. Ce n’era una incastrata in un ceppo, ieri. Dimenticata da un boscaiolo. Forse è ancora là. Eccola. Bloccata  nel legno, brilla sotto il sole. Sopra, una vipera scura li guarda intontita, si lascia catturare, infilare in un bicchiere.
L’Autore è seduto davanti alle pagine scritte a metà.
I due amici si muovono tra le righe, spostano cifre e parole, decidono il finale, rovesciano il bicchiere.  La vipera si guarda intorno rabbiosa. Si insinua tra le righe, emerge dalla pagina,
inietta il suo veleno nella mano che stringe la stilografica.

Raniero è davvero un killer. Ha ucciso l’Autore e Gianni e se stesso e tutti i personaggi che affollavano la stanza.


Raniero Tomasi, professione killer di Marta Bardi

Compleanno letterario

Il 5 marzo ha spento ben 101 candeline lo scrittore e giornalista Ennio Flaiano. Oltre a scrivere, fun un umorista, un critico teatrale e cinematografico e scrisse per riviste come Oggi e quotidiani come il Corriere.

Il suo romanzo più celebre, intitolato Tempo di uccidere, vinse il premio strega nel 1947.

Sono molteplici sia i suoi romanzi, sia le collaborazioni cinematografiche con registi del calibro di Fellini, Monicelli, Steno e Risi.

Qualche titolo?

Sono opera sua le sceneggiature di capolavori come Otto e mezzo, La dolce vita, I vitelloni e Vacanze romane.

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domenica 6 marzo 2011

Racconto: L'uomo, il Veleno

Come lo immaginate voi un tizio il cui soprannome è “Veleno”? Perfido, irrequieto, brillante magari, ma non certo uno stinco di santo. Beh, un tizio chiamato “Veleno” è il protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.


Un pistoiese inquieto, classe 1925, un ragazzo sempre agitato. Di più: pestifero. Nessuno in grado di controllarlo, neppure a suon di scapaccioni. Per il giovane Veleno, d'altronde, era impossibile restare fermo. Senza combinare guai, soprattutto.

Fu la madre Ida, esasperata dalle sue continue birbonate, ad affibbiargli il curioso nomignolo: a tre anni o poco più, infatti, pare avesse già avviato un'attività in proprio, parallela a quella della bottega di famiglia, uno smercio clandestino di dolciumi sottratti agli scaffali e rivenduti sottobanco – mai termine fu più azzeccato – ai compagni di asilo. Un soprannome, quel Veleno, che il piccolo sapeva di meritare e che si portava dietro senza imbarazzo alcuno. Un appellativo di cui divenne presto orgoglioso e che gli rimane cucito addosso ancora oggi, ovunque si trovi.

Anno dopo anno, Veleno si fece sempre più caustico e chi si augurava accadesse il contrario, restò deluso. Mamma Ida compresa. Un velenoso dal cuore d'oro, comunque, un individuo che una ne pensava e cento ne faceva, questo sì, ma sempre pronto a sacrificarsi per il prossimo. A offrirsi, insieme alla sua ostinazione, a chi aveva bisogno.

Come quando combatté una delle più aspre battaglie del secondo conflitto mondiale e una palla di piombo lo trapassò da parte a parte, rischiando di farlo finire all'altro mondo.
Come quando, senza riflettere più di tanto, spese molto più di una parola per aiutare due ragazzini che avevano perso il padre trentenne in un incidente aereo.

Come quando, in un pomeriggio milanese del '57, si fece bastare mezzo limone per scatenare l'inferno proprio fra le gambe del diavolo. Un mezzo limone e un gesto astuto per piazzarlo fra il pallone e il prato, proprio lì dove il dischetto segnava gli undici metri. Proprio lì dove la pedata sbilenca di un milanista spedì la palla di cuoio sopra la traversa, a tempo pressoché scaduto. E con la sua Inter davanti di uno.
Proprio lì, dunque. Proprio lì dove i compagni lo abbracciarono per festeggiare con lui una nuova vittoria nel derby. Una stramba vittoria, quella, ma firmata - a suo modo - dal sempre perfido Benito “Veleno” Lorenzi.


L'uomo, il Veleno di Paolo Franchini

Libri: I più venduti della settimana

UniLibro ci regala alcune sorprese, proprio come il titolo più venduto in assoluto questa settimana, ovvero TOGLIAMO IL DISTURBO di Paola Mastrocola (Guanda). Al secondo e al terzo posto, invece, ritroviamo Clara Sanchez con il suo IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE (Garzanti) e LA LEGGE DEL DESERTO di Wilbur Smith (Longanesi).

La sezione gialli e noir di Ibs, nel frattempo, ci segnala in vetta ODORE DI CHIUSO di Marco Malvaldi (Sellerio), seguito da L'ALLIEVA di Alessia Gazzola (Longanesi) che scavalca Glenn Cooper e il suo LA MAPPA DEL DESTINO (Nord) piazzandosi al secondo posto.

Come ogni volta, i più curiosi possono cliccare su http://www.varesenoir.tk/ per tenere d'occhio i movimenti delle Top 100 dedicate al mondo di carta e inchiostro.

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sabato 5 marzo 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini




Il veleno del cobra (di Stephen Gunn)
Euro 8,90 - Pagg.310 - TEA

Sono tutti convinti che sia quello di Chance Renard il cadavere trovato in quel di Tirana. Qualcuno, però, pensa si tratti solo di un presagio, quello di una catastrofe ecologica che sconvolgerà gli oceani del mondo. L'indagine sulle maree rosse, comunque, porta alla luce un passato che nemmeno il Professionista è pronto ad affrontare.

Un intrigo internazionale, insomma, una partita giocata da un criminale che si nasconde in un rifugio davvero inattacabile.

Una curiosità: dietro questo pseudonimo che vende copie su copie si nasconde il milanesissimo Stefano Di Marino.

Non ditegli che ve l'ho detto, però.

Un bicchiere di veleno (di Pierdomenico Baccalario e Alessandro Gatti)
Euro 9,00 - Pagg.190 - Piemme

Un volume destinato ai più piccoli, dai 9 anni in su. E' il primo caso per Annette e Fabrice e sembra davvero senza soluzione.
Una ricca contessa viene trovata stecchita e, per una coincidenza, l'uomo che ha partecipato a una vacanza con lei viene accusato di ben due omicidi. Che i misteri siano collegati?
Non posso dire altro, se non che ci sono tutti gli ingredienti per accompagnare i detective di vicolo Voltaire nella loro indagine.

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Evento: "Parole al vento" a Pombia



C'è una nuova occasione per ascoltare le storie di Siamo in Onda e conoscere di persona la troupe del nostro programma:

venerdì 11 marzo alle 21.00
saremo infatti a Pombia,
nella Sala Teatro del Centro Sociale, in Via Garibaldi.

Presenteremo
PAROLE AL VENTO

Le più belle storie di Siamo in Onda,
il salotto di Puntoradio

il libro di racconti curato 
da Fulvio Julita, Fabio Giusti e Tineke Everaarts
con la collaborazione di venticinque autori
e numerosi musicisti e amici

del programma radiofonico "Siamo in Onda".

Ci sarà Cristina Medina
della Compagnia Teatrale La Corte dei Miracoli

a dare voce alle storie.

E poi la musica del cantautore novarese

Daniele Fortunato



Seguirà rinfresco.


È un'iniziativa a favore di AGBD Arona

Associazione Genitori Bambini Down.

INGRESSO GRATUITO


Se l'idea vi stuzzica... fate girare la voce.




Si ringrazia:

Comune di Pombia
Biblioteca Comunale di Pombia
Associazione La Lampada di Aladino

Ass. Culturale Stella Alpina

I veleni nella bottega del mistero

Veleni e alchimisti

Parlando di veleni ci sono molte credenze popolari sull’argomento.
Secondo un’antica credenza popolare, ad esempio, i funghi in natura sarebbero tutti commestibili, ma diventerebbero velenosi se crescono accanto a pezzi di ferro arrugginiti o se vengono morsicati dalle vipere. Ovviamente si tratta di superstizioni, perché la ruggine non è un veleno e le vipere non morsicano i funghi.

Sempre a proposito di vipere, quando si va a fare una passeggiata nei nostri boschi o sulle nostre montagne si ha spesso molta paura di loro.
In realtà questi animali non sono tra i più velenosi. Intanto è un evento abbastanza raro che una vipera morda l’uomo, perché di solito preferisce la fuga. E peraltro ci sono animali più velenosi. Il veleno di un calabrone, ad esempio, ha una velenosità doppia rispetto a quella di una vipera, anche se fortunatamente la quantità inoculata è relativamente poca, ma pur sempre abbastanza pericolosa per l’uomo. Invece il veleno del temibile cobra dagli occhiali, che per fortuna in Italia non vive, ha una potenza ben 18 volte superiore a quello della vipera.

Se però volessimo stilare la Top 10 degli animali più velenosi del mondo al primo posto non ci sarebbe un serpente.
Troveremmo infatti una medusa, la Chironex fleckeri. Nei suoi tentacoli lunghi fino a tre metri c’è abbastanza veleno da uccidere 60 uomini adulti. E pare che dal 1954 ad oggi siano ben 5567 le vittime di questi letali, e praticamente invisibili, killer del mare che incrociano nel periodo estivo nelle acque tra l’Australia e la Nuova Guinea.

Non occorre andare dall’altra parte del mondo, naturalmente, per incontrare delle sostanze velenose. Ma cos’è esattamente il veleno?
Una delle prime definizioni di cosa sia un veleno si deve ad uno studioso svizzero nato nel 1493 vicino a Zurigo, ma laureatosi a Ferrara in un tempo in cui i cervelli in fuga si rifugiavano in Italia. Il suo nome era Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, ma egli stesso, probabilmente spaventato dalla montagna dei suoi nomi, si faceva chiamare per brevità Paracelsus. Anche per sottolineare la vicinanza ideale ad Aulo Cornelio Celso, un naturalista e medico romano, vissuto nel I sec. d.C. Ebbene, secondo Paracelso “Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.”

La figura di Paracelso è interessante per molti motivi. Si dice che fosse non solo un medico, ma anche alchimista, astrologo e mago.
Paracelso, la cui figura è in parte avvolta dalla leggenda. Viaggiò a lungo in Europa e in Asia e secondo alcuni biografi fu prigioniero del Khan dei Tartari e medico a Istambul dove avrebbe ricevuto un misterioso dono da parte di un certo Solomone Trismosinus. Un personaggio che alcuni testimoni sostenevano di aver incontrato ancora vivo nel Seicento, oltre 150 anni dopo.
Paracelso avrebbe ricevuto in dono da Solomone Trismosinus niente di meno che la pietra filosofale che conferiva al possessore grandi poteri: l’immortalità, una conoscenza illimitata e la capacità di trasformare i metalli vili in oro.

Una celebre frase di Paracelso recita: "Ogni medico dovrebbe essere ricco di conoscenze, e non soltanto di quelle che sono contenute nei libri; i suoi pazienti dovrebbero essere i suoi libri."
Paracelso era superbo, orgoglioso, pieno di sé e arrogante, caratteristiche ereditate probabilmente dal nonno, un Gran Maestro dell'Ordine Teutonico. Aveva tale considerazione della propria scienza da bruciare pubblicamente, come oggetti inutili i libri di Galeno e Avicenna.

Tuttavia Paracelso aveva un approccio per molti versi molto più moderno di quello di tanti medici suoi contemporanei che si limitavano a studiare a memoria le teorie contenute nei libri senza degnare di uno sguardo i loro pazienti.
Egli riteneva che occorresse sperimentare i rimedi. Quei farmaci che assunti a dosi sbagliate potevano diventare altrettanti veleni. Qualcosa di simile al nostro metodo scientifico, insomma.


Il veleno del rock

Nel 1968 un gruppo di giovani rockers americani, capitanato da Vincent Furnier, si trovava nella necessità di modificare il nome della band, che all’epoca era “Nazz”.
Mentre discutevano su quale adottare, Furnier rivelò ai compagni che durante una seduta spiritica aveva scoperto di essere la reincarnazione di una strega, Alice Cooper, bruciata sul rogo nel Seicento nella città di Salem.

Salem è un nome che compare spesso nella letteratura per via di una serie di fatti inspiegabili che nel 1692 coinvolse molti esponenti di questa piccola e litigiosa comunità di puritani del Massachusetts.
Tutto cominciò quando due bambine cominciarono a dire di sentire suoni che nessuno udiva, a gridare senza motivo, ad arrampicarsi sui mobili e a contorcere il loro corpo in modo innaturale. Quando gli adulti della comunità cominciarono ad indagare, esse parlarono di inquietanti visioni e di strani incontri notturni a cui partecipava un misterioso uomo che veniva da Boston.
Di fronte a questi inspiegabili eventi la piccola comunità di puritani si convinse che questi fenomeni fossero causati dalla presenza del diavolo e che gli accadimenti fossero da interpretare come vera stregoneria.
Trattandosi di una comunità di Protestanti non esisteva l’Inquisizione. Venne però creato un tribunale speciale che cominciò ad arrestare, interrogare e processare. Il largo utilizzo della tortura come strumento d’interrogatorio indusse varie confessioni che tirarono in ballo molte altre persone. In pochi mesi le incriminazioni dilagarono nei paesi circostanti, portando alla condanna a morte di 19 persone, mentre 150 venivano arrestate e altre 200 venivano accusate di stregoneria.
La situazione apparve così grave da indurre alcuni pastori protestanti a fare pressioni sul Governatore perché intervenisse, anche perché il fenomeno, nonostante le condanne, pareva inarrestabile.
Il tribunale speciale fu soppresso dal Governatore e sostituito da un’altra corte che non accettò più le visioni delle giovani come prove per l’accusa. Delle 50 persone ancora in carcere quasi tutte furono scagionate. Solo tre furono condannate, ma il Governatore sospese la pena. Solo allora la misteriosa epidemia di stregoneria terminò.
Secondo alcuni studiosi ci sarebbe una spiegazione scientifica del fenomeno, che fu amplificato dai sistemi d’interrogatorio, dalle delazioni interessate e dalla superstizione dei giudici.
La causa di questa allucinazione collettiva sarebbe da ricercare da un lato nell’isteria provocata dalla paura per i continui attacchi degli indiani. Dall’altro sarebbe la conseguenza dell’ergotismo, una forma di intossicazione provocata da un parassita delle graminacee, in particolare della segale, cui conferisce alla pianta infetta il nome di “segale cornuta”. Gli alcaloidi velenosi del fungo, presenti anche nel noto LSD, provocano un’intossicazione acuta a livello del sistema nervoso centrale che può portare alla morte, ma ha tra gli effetti anche delle potenti allucinazioni.

Vincent Furnier non si limitò a dare alla band il nome di Alice Cooper in onore della strega di Salem, ma lo mantenne come proprio nome d’arte quando nel 1975 intraprese la carriera di solista.
La band prima e Alice Coper da solo in seguito diedero vita allo “shock rock”, introducendo  elementi macabri e tenebrosi, e determinando il successo di quell’immaginario horror diventato un marchio di fabbrica per molti musicisti heavy metal. Marylin Manson, ad esempio, da ragazzo vendeva di nascosto audiocassette di Alice Cooper nel collegio cattolico che frequentava e per questo fu sospeso.

La carriera di Alice Cooper continua tuttora, benché l’apice del suo successo commerciale sia considerato un singolo del 1989 incluso nel suo 18° album, “Trash”.
Anche questa canzone, che parla della velenosa attrazione per una donna fatale, suscitò come sempre polemiche. In questo caso fu il video originale ad essere censurato e le sequenze incriminate furono girate di nuovo, questa volta coprendo con un corpetto le nudità della modella Rana Kennedy.

Alice Cooper, Poison.

venerdì 4 marzo 2011

Il tema della settimana: veleno

La parola veleno ci raggiunge dalla sua origine latina venènum che, come il termine greco phàrmakon, stava a indicare qualunque sostanza liquida in grado di modificare la proprietà naturale di una determinata cosa.

Per specificare che si trattava di una sostanza nociva, però, i latini dovevano aggiungere anche la parola malum, ovvero cattivo.

Alcuni esperti, comunque, sostengono che la derivazione possa essere anche greca: da belegnon, una parola che mischiava i termini bèlos (saetta) e toxòn (tossico).

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giovedì 3 marzo 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini



Fuori rotta (James W. Hall)
Quando il suo labrador si tuffa dalla barca, Thorn lo segue senza esitare. Sotto il pelo dell'acqua, però, trova anche una donna. Sarà un pomeriggio incredibile quello che attende la guardia costiera: prima di sera, saranno cinque i cadaveri ripescati. Tutti passeggeri di uno yacht salpato poco prima per una crociera. Tutti assassinati. Manca solo l'ultima ospite registrata a bordo. Che sia lei il killer? No, perché si tratta di una bambina. Non è morta, la piccola, ma è scomparsa a sua volta: rapita. La caccia di Thorn ha inizio, ovviamente. Il dubbio, al solito, è legittimo: non è che il folle assassino-rapitore ha fatto tutto questo solo per mettere Thorn con le spalle al muro?

Dove vanno le iguane quando piove (Antiniska Pozzi)
Dora, trent'anni, sotto la porta di casa trova una strana lettera non indirizzata a lei bensì a suo fratello che consegna pizze a domicilio. La lettera, per farla breve, è una minaccia di morte. Dora e il fratello iniziano a cercare il mittente misterioso, ma ogni porta a cui bussano nasconde una storia strana. Siamo in una Milano che non diventa mai personaggio, ma rimane contenitore di anime travagliate. Di una generazione di giovani che non riesce a trovare legami solidi con il mondo che li circonda.


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Il live della settimana: Francesco Farina

Sabato 5 Marzo andrà in onda la diciannovesima puntata di Siamo in Onda, il salotto radiofonico di Puntoradio. Il consueto spazio dedicato ai musicisti sarà riservato Francesco Farina. Vi aspettiamo numerosi e naturalmente, buon ascolto!!!

I veleni di Siamo in Onda



“Questo amore è un gelato al veleno”
Gianna Nannini, Fotoromanza

C’è una medusa che si aggira nelle calde acque australiane, capace di uccidere con il veleno contenuto nei suoi lunghi tentacoli urticanti fino a 60 uomini adulti.

Non occorre andare dall’altra parte del mondo, naturalmente, per incontrare delle sostanze velenose. Del resto, come diceva Paracelso “Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.”

Se invece cercate un antidoto a certe velenose serate c’è una trasmissione che fa per voi: è Siamo in Onda, il salotto radiofonico di Puntoradio, che sabato avrà come tema proprio il VELENO.



Come consuetudine c’è una domanda rivolta agli ascoltatori:

Qual è stata la cosa più velenosa che avete detto di un amico o di un’amica?

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:       
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia

- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia       

- INTERNET in streaming su www.puntoradio.net


Per intervenire in DIRETTA:
- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it

- via SMS:.389 96 96 960    
   
 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)

martedì 1 marzo 2011

Rivediamoli: le immagini dell'ultima puntata

Va in onda questa sera alle 21 la replica dell'ultima puntata di Siamo in Onda, quella di sabato 26 Febbraio. Nel frattempo vi proponiamo alcune immagini della serata. Erano ospiti, tra gli altri: Fabrizio "Naso" Trabucco, Claudio Pofi, Rossana Girotto e tanti altri. Buon Ascolto!