sabato 7 giugno 2008

Pillole di mistero: la bestia



Quella che questa settimana Il lago dei misteri ci suggerisce non è propriamente una leggenda ma una storia inventata per spaventare i bambini e tenerli lontani dall'acqua. Una sorta di Babau, insomma. Il racconto ricrea l'atmosfera che si respirava nelle lunghe notti d'inverno quando nelle campagne si diffondeva la voce che la Bestia si aggirasse nelle tenebre.

È accaduto. Avremmo dovuto saperlo. No, avremmo potuto saperlo se tanti anni di assenza non ne avessero cancellato persino il ricordo. I vecchi sapevano della sua esistenza, ma sono passati così tanti anni da quando abbiamo smesso di prestar fede alle storie dei vecchi. Persino i più anziani non ricordano di averne mai sentito parlare.

Un tempo era diverso. Al calar del sole ci si serrava dentro le cascine, sprangando le porte, chiudendo le ante di finestre munite di solide sbarre. Soltanto gli uomini più coraggiosi osavano uscire fuori, nelle tenebre.
Dentro, accanto al fuoco e nelle stalle, i vecchi raccontavano alle donne e ai bambini di occhi che brillano nel buio; di artigli che lacerano la carne e zanne che squarciano la gola; della Bestia che si aggira nelle tenebre in cerca di preda; delle grandi cacce organizzate per stanare la Bestia; dei latrati dei cani; delle armi nervosamente strette tra le mani; delle trappole nascoste nelle foglie.
Tutto inutile. La Bestia spariva, dopo aver lasciato una lunga striscia di sangue. Talora un lupo o un orso, quando ancora ce n'erano, o un cane idrofobo, finivano nella trappola, ma i racconti dei testimoni non coincidevano mai con la fredda realtà di un cadavere.
Le zampe erano troppo piccole, le fauci meno feroci e lo sguardo, no, lo sguardo era diverso.
E poi, come a confermare quel sospetto, a distanza di chilometri, talora di anni, una nuova esplosione di violenza, una nuova caccia, una nuova preda insoddisfacente.

È accaduto. Qualcosa è entrato in un recinto, saltando una rete alta due metri e sgozzando sei daini. Qualche giorno prima era toccato a tre caprette.
Si parla di un cane. No, quegli artigli non sono da cane, sono da felino.
È una lince, misteriosamente tornata dopo un esilio centenario. No, una lince non può fare quel macello.
Deve essere una pantera, una tigre, forse fuggita da un circo o da uno zoo clandestino.
Di nuovo si tendono trappole, si preparano battute, col timore che la bestia possa attaccare di nuovo.
E la caccia infinita riprende.

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