sabato 30 maggio 2009

Mario Favini e la vanagloria della città immortale.

L’abitudine di considerarsi invincibili, inattaccabili e intoccabili ha avuto un ruolo importante nella caduta di molti imperi. Oltre che a sopravvalutare le proprie forze, poi, molto spesso le grandi civiltà sottovalutano i nemici: considerare inferiori, incivili ed incapaci i propri avversari è una delle cause più frequenti della crisi e della rovina di regni e nazioni. L’esempio più lampante è quello dell’antica Roma, un impero che, prima di crollare, visse per secoli una lunga decadenza, ma che non mise mai in discussione la superiorità del proprio popolo su tutti gli altri.

Vanagloria
Di Mario Favini

I miei soldati hanno paura. Sono dei poveri stolti. Hanno paura di non essere capaci di reggere alla cavalleria nemica, hanno paura di perdere, hanno paura di morire. Temono di non essere in grado di sconfiggere un gruppetto di Germani ignoranti e puzzolenti, privi di qualsiasi preparazione militare. Fanno paura a molti, i barbari. Sempre più spesso attraversano il Reno,
e attaccano le nostre truppe. Ma bisogna essere dei codardi per temerli. Anche se ora combattono a cavallo, anche se sono grandi e possenti, in fondo non sono che bestie, con quelle barbe ispide e quei capelli lunghi. Non hanno uno stato, non hanno una patria, vivono come animali, come selvaggi, di caccia e di razzie. Come potrebbero mettere in difficoltà le mie truppe, come potrebbero impensierire l’esercito della grande Roma? Li massacreremo, e li costringeremo a giurare fedeltà all’Imperatore. Alcuni di loro li faremo prigionieri, e li porteremo nella città immortale. E quando, nell’arena, dovranno combattere le belve assetate di sangue, comprenderanno la forza del nostro popolo, la potenza dei figli della lupa. Capiranno che l’Impero non lo si può scalfire, e che loro, bestie selvatiche, non saranno mai in grado d’impensierire la nostra eterna, grande Roma.

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