lunedì 31 ottobre 2011

Il «Pensierismo» di Carlo Cavalli

Mosche

Le regole della buona scrittura?

È vero, spesso omettiamo l'acca.

Ma non sbagliamo mai la doppia della cacca.

www.pensierismi.wordpress.com

Racconto: Il ronzio


Se un insistente ronzio da qualche tempo assedia la vostra mente, avete due possibilità: ignorarlo oppure cercarne la causa. In ogni caso ciò che vi aspetta non sarà molto diverso da quanto è successo al protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.


Tutto cominciò con un leggero ronzio.
Cercai a lungo di individuare l’origine di quel rumore sempre più insistente e molesto. Spostai gli armadi e frugai ovunque. Inutilmente. Non c’erano né mosche né altre forme di vita nella mia casa.


Dedussi pertanto che il rumore non proveniva dall’esterno, ma dall’interno del mio corpo. Consultai subito i migliori specialisti, che presero molto seriamente il mio caso. Mi sottoposero a visite, ecografie e ogni sorta di esami, ma non trovarono niente di anomalo. Il mio corpo era perfettamente sano, dicevano i medici. Così attribuirono la causa allo stress e mi consigliarono una lunga vacanza.


Partii per un lungo viaggio, correndo dal mare alla montagna, dai laghi alle isole tropicali. Ma sulle nevi scintillanti come sulle spiagge assolate dei tropici il ronzio continuava. Anzi, ero certo che l’intensità aumentasse un poco ogni giorno.


Temendo allora che il problema fosse nella mia testa, mi risolsi ad andare dai migliori psichiatri. Anch’essi tuttavia non trovarono nulla di anomalo. Ma poiché il ronzio non cessava, né di giorno né di notte, mi prescrissero una lunga lista di psicofarmaci. Caddi in preda agli incubi e all’ansia, mentre il rumore cresceva.
Capii allora che non era di pillole che avevo bisogno e le buttai via. Con evidenza lampante avevo compreso, infine, qual era la vera causa del ronzio: dentro la mia testa e dentro il mio corpo, c’era qualcosa di alato che cercava di aprirsi un varco per uscire.


Così alla fine glielo concessi, ma non chiedetemi come, perché non ha più importanza ormai.


Avevo sentito dire che l’anima è come una farfalla che alla nostra morte spiega le sue ali multicolori per volare leggera nel cielo.
Ora so che certe anime, come la mia, sono invece come neri insetti ronzanti. E il loro destino è dibattersi senza speranza nell’inesorabile tela del Signore delle mosche.



Il ronzio di Andrea Del Duca

domenica 30 ottobre 2011

Libri: I più venduti della settimana






I più venduti in Italia (fonte Unilibro)

3. Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni, Newton Compton
2. I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca, Feltrinelli
1. Le prime luci del mattino di Fabio Volo, Mondadori

La top 3 dei gialli e dei noir (fonte Ibs)

3. Il suggeritore di Donato Carrisi, TEA
2. Il tribunale delle anime di Donato Carrisi, Longanesi
1. Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni, Newton Compton


Come ogni settimana, tutte le top100 complete le trovate su www.varesenoir.tk.

Racconto: Mosche


È una storia di tradizioni tribali e antiche profezie quella che vi stiamo per raccontare; una storia in cui ombre inquietanti ronzano nell’aria e tormentano i sogni di una bambina curiosa.


Lo sciamano l’aveva messa in guardia. Egli, di tanto in tanto abbandonava la sua capanna e la tribù sapeva di doversi riunire al suo cospetto. 
Questo era avvenuto anche una notte, ai tempi in cui Shani era una bambina curiosa. Lo sciamano sedeva di fronte al fuoco, che disegnava oscure figure sulla sua pelle nera. Aveva il viso greve, inciso dall’affilato scalpello della saggezza quanto i suoi talismani di pietra e baobab. Affilata e greve era anche la sua voce che risuonava come il ringhio del licaone. 
Parlò della mosca che sprofonda gli uomini nel sonno, abbandonandoli fra gli artigli dei demoni notturni che ne consumano lentamente i corpi; narrò dello spirito malefico che abita l’insetto, che ne rende irta la peluria ed irrequieti i mille occhi; lo sciamano soffiò sul fuoco, urlando moniti e maledizioni, e fra le ombre e le scintille Shani vide nugoli di avide mosche attraversare le fiamme, non curarsi di lei e muoversi frenetiche sulle sue labbra, sui suoi occhi, entrarle fameliche nelle narici…


Shani urlò. Poggiò affannata le nere mani sulle assi di legno cosparse di paglia sporca; quel sogno della sua infanzia l’attanagliava nella notte solitaria. Ma il tremendo incubo, la feroce tempesta, il torrido calore sono destinati a terminare, recando conforto all’uomo impaurito. Nessuna gioia, però, poteva esserci per Shani; graffiò il legno del pavimento, lacerandosi le nere dita.
Lo sciamano, anni prima, aveva messo in guardia Shani sugli spiriti malvagi che, divenuti mosche, sprofondano l’uomo nell’eterno sonno.
Eppure non l’aveva avvertita degli altri, crudeli, demoni.


La ragazza levò piano lo sguardo, oltre le sbarre di ferro arrugginito della sua gabbia.
Li vide, nugoli di demoni bianchi, diafani, che le ronzavano attorno, con i loro irti cappelli candidi; e la guardavano con irrequieti occhi chiari, la indicavano con quelle pallide dita, la deridevano con quelle voci luminose...
Shani, stremata, si lasciò ricadere sul legno, sognando l'oscura morte della nera mosca che, pietosa, concede alle proprie vittime un sereno, eterno sonno.


Mosche di Andrea Collivignarelli

sabato 29 ottobre 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini





















La mosca dalle gambe lunghe di James Sallis

Griffin è nero, arrabbiato, generoso e duro. Una durezza rivolta contro se stesso, però, più che verso gli altri. New Orleans è pulsante di violenza e di peccato e Griffin ne conosce ogni angolo buio. I suoi clienti gli chiedono sempre e solo di ritrovare persone scomparse. Quattro indagini, stavolta, per quattro persone scomparse: Corene, un'attivista ingoiata dalla città; Cordelia, una ragazzina fuggita da casa; Cherie, la sorella di un compagno di sventura di Griffin; infine David, suo figlio, ovvero il passato doloroso che riemerge.

Mosca cieca di Michael DiMercurio

Da tempo in guerra contro l'occidente, il leader di un Fronte Islamico progetta di attaccare direttamente gli Stati Uniti. Con cosa? Ma con una nuova e micidiale arma nucleare, ovviamente. La testata Scorpion, secondo le intenzioni, dovrebbe essere lanciata, attraversare il Mediterraneo e l'Atlantico e, al largo della Groenlandia, lanciare i propri missili contro Washington. Qualcosa va storto, però, e per cominciare nel migliore dei modi, serve affondare subito due sommergibili a stelle e strisce... Un colossal di carta e inchiosto, insomma.



La mosca nella bottega del mistero

Il signore delle mosche

Questa storia inizia su un’isola nell’oceano in cui precipita un aereo carico di ragazzi, in fuga da un imminente conflitto mondiale. Tutti gli adulti muoiono nell’impatto ed i ragazzi si ritrovano soli.
È l’inizio de “Il Signore delle mosche” il romanzo più famoso del Premio Nobel William Golding. Ai ragazzi, abbandonati a loro stessi, in quello che appare inizialmente come un vero paradiso terrestre, si manifesta un’inquietante presenza sotto forma di una testa di maiale ricoperta di mosche. È il Signore delle Mosche, come viene ribattezzata la bestia, e finirà per diffondere il male sull’isola fino alle estreme conseguenze.

Questa storia si collega ad un racconto molto più antico che risale a molti secoli prima. Nella Palestina dei tempi biblici esisteva veramente una divinità conosciuta come il Signore delle Mosche, adorata dai Cananei.
Per i Cananei era Baal Zebul, ovvero “il Principe Baal”, una divinità della guarigione e della fecondità. Agli orecchi degli Ebrei, loro nemici giurati, quel nome suonava però Baal Zebub, ovvero “Signore delle mosche”. E così Beelzebùl, il dio dei pagani, nella cultura ebraica e poi cristiana è diventato il “Principe dei demoni”.

Una presenza inquietante che compare sovente nei primi secoli del Cristianesimo, quando le divinità della declinante cultura pagana erano viste come altrettanti demoni. E che perdura ben oltre il Medioevo fino all’età moderna.
È anzi a partire dal Quattrocento che la caccia alle adoratrici di Belzebù, le streghe, si amplia. Nel 1487 viene pubblicato il “Malleus Maleficarum” (“Il martello delle streghe”) un testo che contiene una teoria farneticante sui rapporti tra le streghe e il demonio e che per gli inquisitori diventerà un vero e proprio copione di “confessioni” da estorcere mediante la tortura. 

La testimonianza del primo processo ad una strega è però più antico e viene, incredibilmente, proprio dal Lago d’Orta.
È il 1340 circa e il celebre giurista Bartolo di Sassoferrato viene interpellato dal Vescovo di Novara per avere un consiglio sulla pena da infliggere ad una donna di Orta, arrestata e processata con l’accusa di essere una strega. Il nome della donna ci è sconosciuto, così come la sua sorte, anche se alcuni pensano che la poveretta sia finita sul rogo.

Il Piemonte peraltro sembra particolarmente collegato alla figura del diavolo. E Torino in particolare ha una fama sinistra in questo senso.
Torino è considerato uno dei vertici del cosiddetto triangolo della magia nera. Si mormora addirittura che un tombino nel giardino al centro di Piazza Statuto non conduca al nodo centrale delle fogne cittadine, ma niente meno che alla Porta dell’Inferno.
   


Un cavallo senza nome

Era il 1971 quando tre ventenni americani bussarono alla porta di una casa inglese. I tre ragazzi avevano una strana storia alle spalle, ma colui che li fece entrare era un personaggio decisamente fuori dalle regole.
L’anno precedente i tre – che rispondevano al nome di Gerry Beckley, Dewey Bunnell e Dan Peek – avevano dato vita ad una formazione musicale che avevano chiamato “America” in omaggio ai loro padri, militari statunitensi, sposati a donne inglesi, in una base dell’aviazione americana a Londra. L’uomo che apri loro la porta era invece Arthur Brown, noto con il soprannome di “God of the Hell’s Fire” per via della più famosa canzone da lui scritta, nel 1968, “Fire”.

Durante il soggiorno nella casa studio di Brown, nel Dorset, la mente del giovane Dewey chiuso nella sua stanza, mentre fuori cadeva la tipica pioggia inglese, fu colpita da due immagini.
La prima era un asciutto deserto raffigurato in un quadro di Salvador Dalì, l’altro era un misterioso cavallo che usciva da un’immagine di M.C. Escher. Dewey fu preso dalla nostalgia del deserto che aveva attraversato nella sua infanzia, passata tra l’Arizona e il New Mexico, e cercò di rivivere quelle emozioni attraverso una canzone.

Ne nacque un brano chiamato inizialmente “Desert song”, dove si descrive un viaggio, compiuto su un cavallo senza nome, in un deserto in cui la prima cosa che incontra il protagonista è il ronzio di una mosca. E sarà proprio questo cavallo senza nome a decretare il successo della canzone.
Il primo album (che portava lo stesso nome della band) “America”, pubblicato nel 1971, non conteneva questa canzone. Nel frattempo però la band aveva deciso di dare a “Desert song” un nuovo titolo, “A horse with no name”. Dopo il successo del brano l’album fu riorganizzato inserendo quella che era diventata una hit mondiale.

Una parte del successo della canzone si deve probabilmente all’interpretazione del termine “cavallo” che diedero alcuni benpensanti, spingendo alcune radio statunitensi a censurare il brano, proibendone la messa in onda.
“Cavallo” era infatti il termine gergale con cui si indicava l’eroina e la censura vide erroneamente nella canzone un inno alla droga. Nonostante, o grazie a questo, la canzone scalò le classifiche decretando il successo mondiale della band che aveva attraversato il deserto su un cavallo senza nome.

America, A horse with no name



La foto è una cortesia di ELE.


La bottega del mistero vi da alcuni altri suggerimenti musicali. Ad esempio:

U2 – The fly   
Sugar Ray, Fly

Ma voi, quali altre canzoni dedicate alle mosche conoscete?

Fatecelo sapere coi vostri commenti!

Questo post è realizzato da www.illagodeimisteri.it

SiO Comics 3: Mosche

 

Siamo in Onda: il fumetto - by ele 

SE UNA MOSCA NON FA PAURA A NESSUNO... QUATTRO FANNO LA DIFFERENZA!



Vi dico subito che vorrei essere una mosca per spiare cosa succede a Puntoradio durante le trasmissioni della giornata: vedere le facce del Maestro Massara in regia, assistere alle trasformazioni di Carmelo, guardare Delpo e la Gina mentre mettono i dischi, capire se Simonotti riesce a fare qualche papera ogni tanto… Dài, scommetto che la cosa intriga anche voi!

Però, da appassionata di giallo & noir,e in età più gggiovane, di film “de paura”, ancora adesso, quando sento parlare di mosche non posso fare a meno di pensare al mitico film di Dario Argento Quattro mosche di velluto grigio. Girato nel 1971, io lo vidi qualche anno più tardi insieme a un’amica che aveva un fratello maggiore appassionato del genere. Mi intrigò molto quell’aspetto “pseudo-scientifico” adottato dalla polizia per identificare il colpevole: l’ esame della retina, grazie al quale si risale all'ultima immagine rimasta negli occhi della vittima e quindi, si pensa, il volto dell'assassino.
Ma, ahimè, l'immagine ricavata è molto strana: sono infatti quattro mosche dai contorni sfocati, in fila. Suspence, mistero… cosa può essere? Il protagonista, perseguitato dall’assassino che ha fatto fuori tutti i suoi conoscenti, amici e parenti, decide di aspettare il cattivone a casa propria in compagnia di una pistola.
In una notte di vento, capirà tutto. L’assassino è sua moglie. infatti indossa come ciondolo una mosca di velluto, che oscillando ne forma proprio quattro in fila.
Ragazzi, che paura!!!

venerdì 28 ottobre 2011

Il tema della settimana: mosche

La parola mosca vola sino a noi dopo essere partita da più punti di derivazione: la troviamo nella lingua latina (mùsca), in quella sanscrita (makshikà) e in quella greca (myìske).

La vera curiosità, però, pare nascondersi nella radice “mus” che, secondo gli esperti, in latino andrebbe ricondotta a topo, mentre in sanscrito a involare e, per estensione, a rubare.

In sintesi, comunque, da questo comprendiamo come le mosche non siano mai state veramente simpatiche.

giovedì 27 ottobre 2011

Zitti e mosca!


Ci sono momenti nella vita – per lo più capitano a scuola durante le interrogazioni – in cui non si sente volare una mosca. Momenti di paura, soprattutto se si è passato il giorno precedente a pigliar mosche. Momenti in cui si rischia di restare con un pugno di mosche in mano, soprattutto se si agisce come una mosca senza testa facendo saltare la mosca al naso a chi interroga, che allora i bei voti muoiono come mosche e chi credeva di poter fare la mosca cocchiera dovrà ricredersi. In ogni caso, comunque vadano le cose, cercate di non fare di una mosca un elefante!

C’è però solo un programma che non solo non farebbe del male a una mosca, ma che è una vera mosca bianca nel sabato sera radiofonico. È Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, pieno di buona musica, simpatia e divertimento intelligente che sabato 29 ottobre avrà come tema della serata proprio la MOSCA.

Come tradizione c’è anche un quesito posto agli ascoltatori:

Vorresti essere una mosca per...??

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:       
- FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia
- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia   
- INTERNET in streaming su www.puntoradio.net

Per intervenire in DIRETTA:
- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it
- via SMS:.389 96 96 960    
   
 Buon Ascolto...
(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)


La foto è una cortesia di Ele

lunedì 24 ottobre 2011

Il «Pensierismo» di Carlo Cavalli

Cravatta

Hai ritrovato nell'armadio il tuo portacravatte.
Sei così euforico che le indosseresti tutte in una volta.
Ma non si può: il collo è uno, lo insegnano anche le rivoluzioni.
E il tracollo del collo, poi, dove porterebbe le tue benamate cravatte?

www.pensierismi.wordpress.com

Racconto: Il Cravatta


Ci sono persone le cui abitudini agli occhi della gente sono come un marchio di fabbrica che li accompagna per tutta la vita. È un legame così stretto da segnarne perfino il destino. Proprio come capita al protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.


In fabbrica lo chiamavamo Cravatta.
Si era diplomato in meccanica alla scuola professionale e arrivò come apprendista. Si mostrò subito serio e dotato, un fenomeno, e conquistò la fiducia di colleghi e superiori. In pochi anni, giovanissimo, divenne capo officina, ruolo qui da noi secondo per importanza solo a quello del presidente.
Non c'erano gelosie nei suoi confronti e non ci furono mai. Nessuno gli rinfacciò quella rapida carriera, e fu sempre benvoluto da tutti. Era davvero capace, e per questo aveva il rispetto di chi gli stava vicino, ed era anche simpatico, aveva un naturale carisma, non si dava arie e non faceva pesare la sua posizione.


Il primo giorno si era presentato con una cravatta annodata sotto il camice, cosa che nessun operaio si sognerebbe di fare e ogni giorno ne cambiava il modello.


In reparto si sentivano frasi del tipo “manda su il Cravatta con una chiave del venti” oppure “Cravatta, bisogna sostituire le guarnizioni della pressa”, e ancora “serve un intervento alle turbine, chiama il Cravatta” e il nomignolo rimase, anche quando divenne capo.
A lui piaceva, e amava quella striscia di stoffa. Ne possedeva una collezione infinita e conosceva origini, storia, caratteristiche, aneddoti. Non vi rinunciava in nessuna stagione, neppure quando gli capitava un lavoro sporco e si conciava di grasso da capo a piedi o quando il buon senso sconsigliava di avvicinarsi a certi macchinari con quell'accessorio. In verità, per lui non si trattava di un vezzo ma di un elemento essenziale della sua persona e non poteva farne a meno.


E come talvolta accade per gli amori tanto intensi, fu travolto dalla sua passione, fino alla rovina.
Quel pomeriggio, per l'ultima volta, mostrò la sua abilità di meccanico. Il motore in panne obbedì al suo tocco e ripartì, ma i rulli della stampatrice lo presero per quel lembo appeso al collo. Pochi metri più avanti la macchina restituì il macello di un corpo e, nel rispetto dell’uomo, un'elegante cravatta.


Il Cravatta di Oscar Taufer

domenica 23 ottobre 2011

Libri: I più venduti della settimana

Classifiche



I più venduti della settimana (fonte UniLibro)


3. 350 ricette per dimagrire senza soffrire Pierre Dukan - Sperling &
Kupfer


2. La dieta Dukan di Pierre Dukan - Sperling & Kupfer


1. Le prime luci del mattino di Fabio Volo - Mondadori


La top 3 dei gialli e dei noir (fonte Ibs)

3. Il tribunale delle anime di Donato Carrisi - Longanesi


2. La setta degli angeli di Andrea Camilleri - Sellerio


1. Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni - Newton Compton

Queste e molte altre top 100, come sempre, su http://www.varesenoir.tk/.


www.paolofranchini.tk/


Racconto: Cravatta


Seguiteci. Stiamo per condurvi nella vita di un uomo come tanti:  una persona distinta il cui nome è Samuel Belcher. È il protagonista della storia che vi stiamo per raccontare.


Samuel Belcher stava rientrando a casa, camminando con passo affrettato, lungo le strade desolate che, a quell’ora, erano abitate soltanto dalle brume della sera e dal ritmico rintoccare dei passi di rari viandanti.


Il suo sguardo - affilato e pensoso - andava a conficcarsi sempre poco più in là dell’ultimo passo.
Era come se a Belcher non interessasse nulla del marciapiede umido, o della strada che esso fiancheggiava, o di tutti i luoghi in cui ogni strada ed ogni marciapiede avrebbero potuto condurre.


D’un tratto, davanti al suo sguardo svolazzò qualcosa.


Era una lingua di seta, lucida e silenziosa. Era decorata con motivi geometrici impercettibili, tracciati su stoffa nera con nera calligrafia.
Era la lingua serpina ed ambigua della cravatta che gli pendeva dal collo. 
Quella sera Belcher vestiva in modo molto elegante. 
Come se stesse tornando da una festa importante. 
O come se vi stesse andando. 
Entrambe le cose, magari...


«Eh... e dire che era ritenuta segno di eleganza! - pensava, carezzando la cravatta e adagiandosela al petto, come fosse stata una strana bestia innervosita dal vento - Eppure... tutto mi sento, stasera, tranne che elegante. Ho un alone si sporco, sull’anima... e non so quando se ne andrà...».


Belcher arrestò il passo davanti ad una bella casa, su due piani. Dalle finestre usciva aria di festa. Voci di bambini e musica si coloravano delle tinte tiepide di quella luce.


«Proteggimi!», mormorò. E senza pensarci si aggiustò il nodo della cravatta. Serrò quella striscia di stoffa sulla giugulare, ed attorno al colletto della camicia bianca, affinché questo gli cingesse il collo quanto più possibile. Affinché, stringendo, nascondesse i segni di morsi, graffi, amplessi e passioni che aveva sulla pelle.
Poi Belcher fece un respiro profondo, ed entrò in casa a festeggiare, con la sua famiglia, il compleanno della moglie.



Cravatta di Federico "Ruysch" Di Leva

sabato 22 ottobre 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini






L' impiccato di Marpalò di Luisa Conz

Dopo mille viaggi e ille traslochi, Aminta, ormai cinquantenne, si trasferisce in un paese del Veneto per cercare un po' di pace. Non riesce a fare amicizie, però, e si ritrova da sola. Del tutto. Sopraffatta dalla noia e senza più progetti, decide di farla finita, ma il fatidico giorno, proprio lei, trova un impiccato. La cosa, all'inizio, la irritata, perché "quel damerino griffato", che per tutti si è suicidato, ha sconvolto i suoi piani; alla fine, come si poteva intuire, il mistero serve a farle trovare nuovi stimoli e, abbandonati i suoi terribili propositi, la spingerà a cercare la verità.

L' impiccato di Saint-Pholien di Georges Simenon

Questo caso del commissario Maigret è uno fra i primi cinque romanzi scritti da Simenon. Questa volta, il commissario è costretto a muoversi fra sobborghi e posti infimi e infami. La tensione si taglia col coltello e il lettore, al solito, non può resistere. Il caso è quello di un inspiegabile suicidio che spinge Maigret anche fuori dalla Francia. La lettura è semplice (non è un difetto, bensì tutt'altro) e il mood e il ritmo sono quelli tipici del poliziesco di grande classe.






La cravatta nella Bottega del mistero

Una cravatta rossa sventola al vento

L’anno era il 1706 e nei 117 giorni che vanno dal 14 maggio al 7 settembre si decisero le sorti dell’Italia. Oltre 44.000 soldati franco spagnoli avevano attraversato le Alpi e stringevano in un cerchio di ferro e di fuoco la città di Torino, capitale del Ducato di Savoia, difesa da meno di undicimila Piemontesi.
Il giorno in cui l’assedio ebbe inizio si verificò un’eclissi di sole, che incoraggiò i Torinesi a resistere, dal momento che il sole era il simbolo del re di Francia Luigi XIV, detto il “Re Sole”. E l’eclissi fu presa come un presagio di vittoria.

L’assedio tuttavia fu lungo e sanguinoso. E non mancarono episodi gloriosi, come quando Pietro Micca si sacrificò facendo saltare una galleria che i Francesi avevano scavato sotto le mura per entrare in città. Agli inizi di settembre la situazione volse però a favore degli assediati, grazie all’arrivo di un’armata austriaca comandata da un cugino del Duca di Savoia, il Principe Eugenio di Savoia.
Eugenio, fuggito giovanissimo dal convento in cui era stato rinchiuso con l’ida di farne un uomo di Chiesa, dopo varie vicende rocambolesche era giunto a Vienna facendo rapidamente carriera al servizio dell’Impero. Si era distinto per il suo valore nelle continue guerre di quegli anni, come quando fu ferito da un archibugio durante l’assedio di Belgrado del 1688. Per inciso, Eugenio di Savoia conquisterà Belgrado ancora nel 1717, dopo che era tornata sotto il dominio turco. In quella occasione il primo a scalare le mura della città fu il soldato Giovanni Vittone di Sambughetto di Valstrona, nato nel 1692 e morto nel 1721. in suo onore fu coniata persino una moneta d’oro.

Torniamo al 7 settembre 1706. Piemontesi ed Austriaci sferrarono il contrattacco. Il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia guidò personalmente l’attacco della sua cavalleria sfondando le linee nemiche e aprendo la strada alla vittoria.
Narra la leggenda che un portaordini, ferito mortalmente dai nemici, spirò dopo aver annunciato la vittoria al Duca. Il sangue sul colletto di questo ignoto soldato divenne il simbolo del reggimento Savoia Cavalleria, rappresentato dapprima da un filetto rosso sul bavero nero e dal 1933 da una cravatta rossa.

Il Savoia Cavalleria, che esiste tuttora inquadrato nella Brigata aeromobile "Friuli", fu protagonista di un episodio bellico che ha dell’incredibile durante la campagna di Russia, nella Seconda Guerra Mondiale.
Il 23 agosto 1942, mentre l’armata italiana sul fronte russo ripiegava, incalzata dai Sovietici, in un’ansa del fiume Don le “cravatte rosse” effettuarono l’ultima carica di cavalleria della storia. Solo dei pazzi temerari potevano pensare di caricare con le sciabole contro le mitragliatrici. Eppure, contro ogni probabilità, vinsero le sciabole.


Gettando la cravatta alle ortiche

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale dagli Stati uniti d’America si era abbattuta sull’Europa l’ondata del rock. Una musica che travolgeva le regole e squassava il corpo con movimenti scomposti che facevano inorridire i benpensanti di tutto il continente.
Ma le cose stavano per cambiare. Con l’atterraggio dei Beatles al John F. Kennedy International Airport il 7 febbraio 1964 cominciò la British Invasion. Erano ora i gruppi musicali inglesi ad invadere gli USA ed il resto del mondo, diffondendo e affermando un nuovo modo di fare musica.

Il cambiamento non si limitò solo all’ambito musicale, estendendosi in poco tempo all’abbigliamento, ai rapporti sociali.
Nell’ambito di una forte contestazione delle regole della società borghese la cravatta divenne uno dei simboli da rifiutare da parte di quella generazione di “capelloni” che inseguiva l’utopia di una società libera e predicava la pace.

Era iniziata l’era, giusto per fare alcuni nomi, dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, dei Deep Purple, dei Led Zeppelin, dei Pink Floyd e dei Kinks.
I Kinks furono costituiti dai fratelli Ray e Dave Davies nel 1964. Nell’agosto di quello stesso anno il brano "You Really Got Me" esplose come una bomba scalando le classifiche. Le sue sonorità, coi riff distorti di chitarre che ne fecero il primo brano hard rock della storia, destinato ad avere un’influenza notevole sul successivo sviluppo di questo genere musicale.

I Kinks stavano conquistando il successo, finché non avvenne un incidente che compromise non poco lo sviluppo di una carriera continuata, in ogni caso, sino agli anni Novanta.
Il 19 maggio 1965 durante un concerto in Galles tra Dave Davies e il batterista Mick Avory scoppiò un alterco che finì con Davies a terra privo di sensi. Per evitare guai il gruppo finse che il tutto fosse parte dello spettacolo, ma ciò non evitò che la federazione americana dei musicisti li bandisse per quattro anni dalle scene americane. E siccome ciò avvenne nel pieno della British invasion, il danno non fu indifferente.

In ogni caso nel 1965 i Kinks compongono un’altra straordinaria canzone, una delle tre del gruppo che compaiono nella lista delle 500 canzoni che hanno dato forma al rock.
I Kinks criticano satiricamente l’ipocrisia della classe media e di quella dominante, che dietro un abbigliamento impeccabile e comportamenti apparentemente irreprensibili nasconde i peggiori istinti. La canzone è stata inserita nella colonna sonora del film Juno, del 2007, in cui una ragazza minorenne rimasta incinta decide di tenere il bambino sfidando i pregiudizi della società che preferirebbe farla abortire.

The Kinks, A well respected man


La foto è una cortesia di ELE.


La bottega del mistero vi da alcuni altri suggerimenti musicali.
The OverUnder - That Necktie Makes You Look Ridiculous
Aretha Franklin - Tighten up your Tie button up your Jacket
Luca Carboni - La cravatta
Modugno – Vecchio frac


Ma voi, quali altre canzoni pro o contro la cravatta conoscete?

Fatecelo sapere coi vostri commenti!





www.illagodeimisteri.it

SiO Comics 2: Cravatta

 

Siamo in Onda: il fumetto - by ele 

venerdì 21 ottobre 2011

Il tema della settimana: cravatta

Etimologia



La parola cravatta giunge a noi da corvatta che, qualche secolo fa, aveva
il medesimo significato di croatta. In pratica, la lettera "v" diventa
eufonica per indicare quella parte di abbigliamento che distingueva i
soldati Croati andati a combattere in Francia nel XVII secolo.


Con l'andare degli anni, poi, la parola si è "addolcita" sino a crovatta
oppure corvata che, tra l'altro, richiama il nome di Corvacia dato
all'antico territorio della Liburnia (quella che oggi, per l'appunto, è la
Croazia).


http://www.paolofranchini.tk/

giovedì 20 ottobre 2011

La cravatta di Siamo in Onda


Si ritiene che la moda della cravatta si sia diffusa nel Seicento in Francia dove i mercenari croati erano inquadrati nelle forze fedeli al re Luigi XIII e al Cardinale Richelieu. Le sciarpe di seta colorata annodate al collo di questi soldati destarono la curiosità dei parigini che finirono per adottare questo capo d’abbigliamento che dal termine “croat” prese i nome di cravatta.
Da allora e per lungo tempo essa divenne un simbolo di eleganza maschile, offrendo al contempo una soluzione al problema del regalo natalizio per i loro mariti…

C’è però solo un programma che rende elegante il sabato sera radiofonico donandogli una cravatta di ottima fattura, fatto di buona musica, simpatia e divertimento intelligente. È Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, che sabato 22 ottobre avrà come tema della serata proprio la CRAVATTA.

Come tradizione c’è anche un quesito posto agli ascoltatori:

Dovessi disegnare una cravatta come e per chi la disegneresti?

Ditelo inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:
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La foto è una cortesia di Ele


lunedì 17 ottobre 2011

Racconto: Occhi di zucchero


In un angolo della memoria, Anna Salvetti, una delle nostre autrici, ha ripescato un ricordo; una storia tenera, delicata, malinconica. E dolce; dolce come lo zucchero.


La barca fingeva di navigare in un mare nero di cristalli di lava, sbuffando come una balena... Dal sale, pensava Joy, ci si salva solo con lo zucchero.
Ciò che addolcisce rimedia e lenisce ciò che brucia. Per questo semplice motivo sulla sua barca non doveva mai mancare, al riparo dalla luce e dalla salsedine, una latta di biscotti, quelli che preparava sua sorella ogni volta che facevano ritorno a terra, con grossi grani di zucchero in superficie.
Li spartiva, nelle lunghe giornate in mare aperto-chiuso-socchiuso come il respiro senza meta, con il suo compagno di un bel pezzo di quel sempre relativo che è la vita, Oliver, bastardino di 10 e passa anni e di 10 e passa ferite non passate.
Sempre insieme a fingere di essere balena nel mare di lava, predatore perduto a cercare uno sbuffo di spuma bianca, una nuvola lattiginosa nel cielo di occhi trasparenti, una scusa soltanto per dividere un biscotto. Joy lo spezzava in due con uguali decisione e dolcezza con le mani dure di malinconia, per non perdere nemmeno un cristallo prezioso, per lui come per il suo Oliver.
Non si capiva chi stesse accucciato a fianco dell'altro, chi avesse più bisogno di conforto, ma ogni boccone dolce scioglieva e dissolveva per un istante un briciolo di sale su una delle tante piaghe aperte.
Amico, si sarebbe detto. A entrambi per entrambi. Fratello, figlio, confidente silenzioso di un guaito, di un sussurro. Sul cielo, sull'incresparsi del mare dentro e fuori, e delle labbra e dell'anima che restava a galla. I biscotti avevano la forma e l'idea del salvagente, l'unico a loro necessario, l'unico sostegno che potessero desiderare. Un rifugio, il dono della comprensione nella completa diversità di mugugni.
Simili nei capelli e nel pelo, fortuitamente sale e pepe, sgranavano biscotti forse nel tentativo di addolcire anche quell'elemento fisico, seguendosi con lo sguardo per non perdersi d'anima. Ancora, albero, scafo, faro. Joy, con i suoi biscotti, Oliver, con i suoi occhi. Di zucchero. 



OCCHI DI ZUCCHERO di Anna Salvetti

Il «Pensierismo» di Carlo Cavalli

Zucchero

Mai visto le distese di canna da zucchero?

Dolce Cuba.

Mi attendi distesa, Anna da zucchero?

www.pensierismi.wordpress.com

domenica 16 ottobre 2011

Racconto: Bustine invadenti


Ecco una storia che è un frammento di vita familiare. Una mattina di un giorno qualunque, nella casa di una famiglia qualunque. È tutto comincia con un po’ di zucchero.


«Mi passi lo zucchero per favore?» Nessuna reazione da suo marito, nascosto dietro il suo solito giornale rosa. Qualche istante e poi ripete, alzando un po’ il tono della voce. «Mi passi lo zucchero per favore?» Niente.
Lo guarda scuotendo la testa poi, sbuffando, si allunga sul tavolo per raggiungere la zuccheriera e incidentalmente urta il cartone del latte che si rovescia. Lui, disturbato dal trambusto, abbassa il giornale. La guarda inebetito. «Hai detto qualcosa?»
Sì, pirla pensa lei tra sé e sé. «No, tesoro, volevo solo dello zucchero…nel caffè».
Lui la guarda, accenna un sorriso e si rimette a leggere.
«Come è andata ieri sera?» esclama lei per attirare la sua attenzione.
Lui riabbassa il giornale e la fissa. Sono stato con una vera bomba sexi …pensa tra sé e sé.
«Te l’ho detto, un incontro di lavoro che si è prolungato trasformandosi in una noiosa cena con i soci tedeschi».
Lei lo guarda compassionevole. «Povero amore mio…» pensando tra Ma quanto sei falso! «Senti» lo incalza nuovamente lei, mentre lui comincia a spazientirsi, «ho trovato queste nel cruscotto della macchina…» e tira fuori un paio di bustine di zucchero.
Lui la guarda sorpreso: «E quindi? È zucchero…»
«Sì, certo. C’è scritto sopra Motel Luna Assago».
Cazzo, cazzo, cazzo! «Pubblicità?»
Certo come no, pubblicità occulta bastardo che non sei altro! «Non è proprio la zona che bazzichi di solito per lavoro».
Già…è la zona che di solito bazzico per piacere. «Tesoro non lo so…è importante?»
«No, non è importante…come il numero di telefono che c’è scritto sopra a mano…»
Lui si irrigidisce, balbetta. «Non sa..non saprei…»
«Ah no? Perché quando ho chiamato questo numero e Clelia ha risposto con “Amore mio che sorpresa splendida”, ho pensato che forse non si tratta di Dario uff come memorizzato sul tuo cellulare...»
«Te..tesoro, lascia che ti spieghi…»
«Non c’è nulla da spiegare! Nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà…finchè una bustina di zucchero non ci separi… prendi la tua roba e vattene».



Bustine invadenti di Paola Perry Amadeo

Libri: I più venduti della settimana

I più venduti della settimana (fonte Unilibro)

1. Aleph di Paulo Coelho - Bompiani

2. I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca - Feltrinelli

3. Il mercante di libri maledetti di Marcello Simoni - Newton Compton


La top 3 dei gialli e dei noir (fonte Ibs)

1. Il mercante di [more]libri maledetti di Marcello Simoni, Newton Compton

2. Il tribunale delle anime di Donato Carrisi, Longanesi

3. Lo scalpellino di Camilla Läckberg, Marsilio


Le classifiche complete, al solito, su www.varesenoir.tk.

sabato 15 ottobre 2011

Libri: I consigli noir di Paolo Franchini




In questa dolce estate di Mari Jungstedt

Peter è un imprenditore che sta passando alcuni giorni di vacanza con la famiglia. Si mette le scarpe da jogging e inizia la sua corsa mattutina. Poche ore, però, e il suo cadavere viene rinvenuto sulla spiaggia. Tutto fa pensare a un'esecuzione perché Peter aveva debiti con diversi dipendenti e gestiva affari poco chiari. Non solo: qualcuno ritiene fosse implicato anche in alcuni traffici illeciti con la Russia. L'indagine, comunque, prende presto una piega differente perché, pochi giorni dopo, a qualche chilometro di distanza, un altro uomo viene assassinato alla stessa maniera. Identica arma, identiche modalità. È la vice ispettrice Jacobsson a scavare nel passato delle vittime per scoprire cosa lega le due vicende. Un filo rosso di sangue che racconta di vendette che si perdono il passato, in uno scenario di straordinaria bellezza.

Quella dolce follia di Patricia Highsmith

David è introverso e quando si innamora di Annabelle, ovviamente, non è corrisposto. Non si rassegna neppure quando lei sposa un elettricista. Nella vita reale continua a frequentarla solo tramite qualche lettera, nella sua fantasia lei lo supplica di aiutarlo a separarsi dal marito, promettendogli una vita serena insieme. David perde contatto con la realtà e la psicosi, sempre più malvagia, prende il sopravvento.

http://www.paolofranchini.tk/

Lo zucchero nella Bottega del mistero

Una storia dolce e amara
Allora fu edificata dai suoi abitanti Orta / ricca di pesci, di frutti e di bell’oliva./ Quella valle, che di fronte, in mezzo, vi corrisponde, è Pella / che prende il miele dal favo e dolci uve dalle viti.

A comporre questi versi fu Enea Silvio Piccolomini, un personaggio davvero singolare. Fu un intellettuale umanista, un avventuriero, un poeta di corte, un uomo di mondo, un abile ambasciatore e un accorto urbanista. Al culmine di una carriera che solo ai suoi tempi era possibile percorrere, divenne addirittura Papa col nome di Pio II. Giunto al soglio pontificio, assediato dai parenti che chiedevano aiuto, compose alcuni versi che testimoniano l’antico malcostume italico del nepotismo: «Quand'ero solo Enea / nessun mi conoscea / Ora che son Pio / tutti mi chiaman zio».

Quando giunse sul lago d’Orta il Piccolomini trovò il miele, che era il principale dolcificante in uso. Non avrebbe invece potuto trovare lo zucchero, che pure doveva conoscere, in quanto all’epoca era ancora una merce rara e pregiata.
Lo zucchero cominciò a diffondersi in Europa nel medioevo, importato dai pesi arabi. L’imperatore Federico II nel Duecento ne promosse la coltivazione in Sicilia Per molti secoli tuttavia, il “sale arabo” come era chiamato, rimase una merce costosissima e usata per lo più ad uso farmaceutico.

Con la scoperta dell’America le cose iniziarono a cambiare, perché Spagnoli e Portoghesi promossero la coltivazione della canna da zucchero in varie zone delle Americhe. Lo zucchero americano soppiantò completamente quello arabo e cominciò a diffondersi in Europa.
Tuttavia c’è un retroscena amaro di questa storia dolce. Per coltivare le piantagioni di canna da zucchero vennero deportati nelle Americhe come schiavi milioni di africani. Moltissimi di loro morirono durante i terribili viaggi sulle infami navi negriere e terminarono il loro viaggio in fondo all’oceano. 

Lo zucchero che usiamo comunemente però non è di solito quello ricavato dalla canna da zucchero. Già nel Cinquecento un agronomo francese aveva scoperto che era possibile ricavarlo cuocendo le barbabietole, che erano coltivate come foraggio per gli animali. Tuttavia gli interessi economici dei produttori e degli importatori di zucchero di canna fecero sì che questa scoperta non portasse a risultati concreti.
La svolta si ebbe nell’Ottocento, quando le guerre tra la Francia e l’Inghilterra portarono ad un blocco delle importazioni di zucchero di canna in Europa. Napoleone diede impulso alla coltivazione della barbabietola da zucchero, che nei decenni successivi finì con il soppiantare quello di canna.



Dolci sogni e incubi amari

Nel 1983 sugli schermi televisivi appare un video musicale che in breve tempo conquista il mondo. Protagonista una donna vestita da uomo, con i capelli corti color arancio, che impugna minacciosa un bastone e canta, in un’atmosfera onirica popolata di bovini, schermi e razzi, “sweet dreams”, la title track di un album omonimo.
Sono gli Eurythmics, un duo musicale inglese composto da David Stewart e Annie Lennox, che proprio grazie all’album “Sweet Dreams (Are Made of This)” conoscono il successo mondiale, mentre Annie Lennox conquistava la copertina della rivista Rolling Stone.

L’anno successivo la Virgin Films commissionò al gruppo la colonna sonora per il film “Nineteen Eighty-Four”, tratto dal romanzo “1984” di George Orwell. Il regista del film peraltro rifiutò di usare la musica degli Eurythmics, che uscì in un album autonomo dal titolo “1984 (for the love of Big Brother)”, la cui hit fu “Sexcrime (1984)”.
George Orwell nel 1948 aveva scritto il romanzo “1984”, ambientandolo in quell’anno. Vi è descritto un mondo dominato da un partito totalitario il cui leader indiscutibile è il “Grande Fratello” il cui volto compare su tutti gli schermi televisivi, muniti di telecamere nascoste in grado di controllare la popolazione.

L’ideologia del Partito si basa su tre slogan: l'ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà schiavitù, parole d’ordine a cui si deve uniformare l’intera società di questa tirannide che esce dagli schermi televisivi.
La struttura piramidale della società orwelliana vede al vertice i membri del partito interno che godono di vari privilegi quali ad esempio la possibilità di consumare vero zucchero, al posto della saccarina riservata alla restante popolazione, i prolet.

Tornando agli Eurythmics, nel 1990 si sciolgono per la doppia crisi, sentimentale e artistica della coppia. Si riuniranno nel 1999 per sciogliersi definitivamente nel 2009.
Nel frattempo, nel 1995 viene pubblicato l’album “Smells like children”, del gruppo musicale americano Marilyn Manson, che conia il proprio nome sull’unione tra la dolcissima attrice Marylin Monroe e l’amarissimo guru satanico e assassino Charles Manson (di cui abbiamo già parlato in questo post).

L’album contiene varie cover come “I Put a Spell on You” degli Screamin' Jay Hawkins e “Rock 'n' Roll Nigger” di Patti Smith.
La canzone di maggior successo è però proprio la cover del brano degli Eurythmics, inclusa anche nella colonna sonora di vari film.


Marylin Manson, Sweet dreams

La foto è una cortesia di ELE.


La bottega del mistero vi da alcuni altri suggerimenti musicali.

Ad esempio, parlando di zucchero nella musica non si può non ricordare Zucchero “Sugar” Fornaciari o, per contrasto, gli Sugarfree.

Ma voi, quali altre canzoni allo “zucchero” conoscete?
Fatecelo sapere coi vostri commenti!

SiO Comics 1: Zucchero


Siamo in Onda: il fumetto - by ele 

Siamo in Onda: il fumetto


E questi chi sono?

I protagonisti del fumetto di Siamo in Onda!


Siamo in Onda: il fumetto - by ele

DA COSE COME QUESTE DIPENDE LA VITA



Cari Amici di Siamo In Onda, che bello ritrovarsi ancora per la nuova stagione radiofonica!

"October, october, the summer is over" canta Dolores O'Riordan, ma che ce ne importa dell'estate finita, per noi Ottobre è il capodanno che inaugura la trasmissione più bella che c'è.

Siete pronti ad ascoltare le parole dei nostri autori e le note dei nostri musicisti?

La statistica (anzi... diciamo "la leggenda") vuole che Siamo In Onda inizi la metà di questo mese bellissimo, in coincidenza del compleanno di due grandi scrittori: Italo Calvino - proprio oggi 15 ottobre - e Oscar Wilde - domani, 16.10 - Non potevamo avere padrini migliori... e io ne sono orgogliosissima, ovviamente.

Pertanto vi regalo, come sempre nell'occasione, alcune parole del mio amico Oscar. A me sembrano perfette per noi della ciurma di SIO. Voi che ne dite?



(...) e poi, Dorian, non ingannare te stesso. La vita non è retta dalla volontà o dalle intenzioni. La vita è unaquestione di nervi, di fibre e di cellule in lenta formazione, in cui il pensiero si nasconde e la Passione elabora i suoi sogni. Puoi immaginare di esser salvo e crederti forte, ma una nota casuale di colore in una stanza, o nel cielo mattutino, un particolare profumo che un tempo hai amato e che associ a sottili ricordi, il verso di una poesia dimenticata che ti si ripresenta. Il ritmo di un pezzo musicale che hai smesso di suonare... ti dico, Dorian, che da cose come queste dipende la vita.

O.W. - Il ritratto di Dorian Grey

venerdì 14 ottobre 2011

Il tema della settimana: zucchero

La parola zucchero deriva dal termine sanscrito carkara il cui significato pare fosse grani di sabbia. All'inizio, infatti, lo zucchero aveva questa forma.

La radice car, tra l'altro, indica rompere in pezzetti.

Lo zucchero si può trarre da moltissimi vegetali, ma sono soprattutto la canna da zucchero e la barbabietola a fornire quello che il fuoco riesce a trasformare in cristalli solubili in acqua.

http://www.paolofranchini.tk/

giovedì 13 ottobre 2011

Lo zucchero di Siamo in Onda


Basta un poco di zucchero
e la pillola va giù
la pillola va giù
la pillola va giù.
Basta un poco di zucchero
e la pillola va giù
tutto brillerà di più!

Mary Poppins







È usanza antica quella di addolcire le medicine per convincere soprattutto i bambini ad assumerle, anche se ai tempi dei Greci e dei Romani, quando lo zucchero non era ancora conosciuto, si usava il miele. Così Lucrezio (Sulla Natura) scriveva “i medici, quando cercano di dare ai fanciulli il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt'attorno al bicchiere, cospargono col dolce e biondo liquore del miele, perché nell'imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati, non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l'amara bevanda dell'assenzio e dall'inganno non ricevano danno, ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore”.

Poi l’umanità scoprì lo zucchero e l’usanza di “indorare la pillola” rivestendola di zucchero trovò nuove forme. A fin di bene, sempre, almeno a sentire chi cerca di rifilarci la pillola amara che si suppone (da qui forse il termine “supposta”?) debba essere assunta per il nostro bene…

C’è però solo un programma che addolcisce il sabato sera radiofonico condendolo di buona musica, simpatia e divertimento intelligente. È Siamo in Onda, il talk show di Puntoradio, che sabato 15 ottobre ritorna per la sua quinta stagione. Il tema della serata sarà proprio lo ZUCCHERO.

Come tradizione c’è anche un quesito posto agli ascoltatori:

Chi o cosa mette lo zucchero alle tue giornate?

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:       
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(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)


La foto è una cortesia di ELE.