sabato 27 marzo 2010

Paolo Franchini e la tecnologia del noir


La derivazione del termine tecnologia è greca ed è l'unione di 'techne' (arte) con 'logia' (da 'logos', cioè discorso, trattato).

Propriamente, è l'esposizione di alcune regole per trattare un soggetto con arte e scienza, ovvero la dottrina sull'applicazione immediata delle scienze chimiche, fisiche e matematiche alle arti e ai mestieri.

I libri più venduti in Italia negli ultimi sette giorni
10- La compagna di scuola, Madeleine Wickham, Mondadori €.19,00
9- La principessa di ghiaccio, Camilla Läckberg, Marsilio €.18,50
8- La malapianta, Gratteri-Nicaso, Mondadori €.17,50
7- Il tempo che vorrei, Fabio Volo, Mondadori €.18,00
6- La mamma del sole, Andrea Vitali, Garzanti €.18,60
5- Il peso della farfalla, Erri De Luca, Feltrinelli €.7,50
4- Ad personam, Marco Travaglio, Chiarelettere €.16,90
3- Non so che viso avesse, Francesco Guccini, Mondadori €.18,00
2- Le perfezioni provvisorie, Gianrico Carofiglio, Sellerio €.14,00
1- Cotto e mangiato, Benedetta Parodi, Vallardi €.14,90

Qualche consiglio di lettura noir
Ghiaccio blu: l'assassino sepolto nel computer (di Pino Corrias)Euro 7,50 - Pagg.158 - Baldini Castoldi DalaiJoseph è stato giustiziato con un'iniezione letale, dopo dodici anni nel braccio della morte, in Texas. Il suo corpo è stato poi congelato, tagliato e digitalizzato ed è diventato la mappa dell'anatomia umana. Un corpo senza storia, comunque, perché della prima vita dell'uomo non si sapeva nulla finché Corrias, ossessionato dall'irrealtà e disumanità di questo rito compiuto nel nome della scienza, non ha cercato una spiegazione compiendo a ritroso il cammino di Joseph. Un viaggio nel braccio della morte il suo. E nella scienza.

Il radio e la carabiniera (di Nicola Grillo)Euro 9,50 - Pagg.192 - GevaIl titolo sembra quello di una pleiicola un po' spinta degli anni '70, invece è quello di un romanzo giallo che racconta di sorgenti radioattive disperse (o nascoste?) qua e là sottoterra. Una giovane ma abile Sottufficiale dei Carabinieri indaga e proprio l'artefice della sconvolgente scoperta diventa il primo indiziato. Molti fatti strani si susseguono così come gli eventi misteriosi. Un romanzo, ma soprattutto (e purtroppo) fatti effettivamente accaduti.

Laboratorio mortale (di Robert Ludlum)Euro 9,00 - Pagg.498 - BURL'autore è chi ha già scritto, fra gli altri, anche il romanzo 'Striscia di cuoio' nonché il primo libro del ciclo 'Bourne' (finito poi sul grande schermo e portato al successo da Matt Damon). In tre diversi punti degli USA tirano il famigerato calzino una ragazzina, un barbone e un militare. Identici i sintomi. Una biologa, preoccupata che un nuovo virus possa causare un'epidemia, si mette al lavoro, ma viene subito fatta fuori. Tocca quindi a Jon trovare una spiegazione all'improvvisa morte di Sophia, la sua fidanzata. Poco tempo e scopre che le è stato iniettato lo stesso virus che stava studiando e, più che altro, capisce che l'infezione non è sconosciuta, ma che aveva già colpito, dieci anni prima, durante la Guerra del Golfo. La sua indagine, lo dico anche se è inutile, si fa subito insidiosa, una lotta contro il tempo che lo porterà in Iraq, mentre le morti misteriose continuano a moltiplicarsi qui e là per il mondo.

Compleanno letterario
Questa sera festeggiamo insieme a Patrick Süskind che ieri ha spento 61 candeline. Lo scrittore sceneggiatore tedesco è l'autore del best-seller 'Il profumo', uscito nel 1985, tradotto in più di quaranta lingue e finito 5 anni fa sul grande schermo. Nonostante la sua fama, Süskind conduce una vita riservata e raramente concede interviste; addirittura, evita persino di mostrarsi in pubblico e talvolta, per questa sua mania, ha rifiutato anche importanti premi letterari.

Live a Siamo in Onda

Ventitreesima puntata di Siamo in Onda, il salotto radiofonico del sabato sera di Puntoradio. Ospiti della serata sono la band dei Polver Folk. Ospitiamo anche durante la serata la premiazione del concorso letterario "Scrittori Maledetti" che si è tenuto al Liceo Scientifico E. Fermi di Arona. Ecco le foto della serata

Scrittori Maledetti

Pubblichiamo i racconti di sette coraggiosi alunni del Liceo Scentifico Enrico Fermi di Arona, che hanno partecipato al corso di scrittura "Scrittori Maledetti" indetto dai Menestrelli di Jorvik.
Leggeteli perchè sono davvero belli.



Tecnologia
È qui che termina la strada; termina in questa pianura, verde come la vita che la popola.
Mi stupisco sempre quando vedo questa terra: là, in fondo, scorgo come ogni giorno la rupe boscosa, dagli alberi in fiore sfiorati dal sole.
Ma non è quella natura incontaminata che si può vedere qualche volta; infatti, se guardi con attenzione, spuntano sopra le chiome le pale chiare dei più moderni mulini a vento.
Invece, qui a valle, intravedo la città con i suoi giardini su ogni tetto; alberi e fiori ovunque, animali liberi assieme agli uomini. Non riusciresti a capire dove finisce la natura e dove inizia la città.
È una terra magnifica; il cielo è limpido, perché non si brucia niente; il fiume, là, che scivola dalla rupe, è fresco e si può bere, perché non si butta nulla; nessuno distrugge il mondo.
Qui, vicini, dove termina la strada, due ragazzi sorridono, parlando, camminano nell'erba; forse non devono neanche lavorare per vivere, forse non soffrono malattie o non sentono il passare del tempo, grazie al progresso.
Mi stupisco sempre di dove possa arrivare l'uomo.

E' una terra bellissima, quella di questo quadro; penso che io, vecchio custode di un museo, continuerò a guardarlo finché avrò vita.
Fuori arde ancora l'inverno nucleare.

Andrea Collivignarelli
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Nobile Dama
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Danzo nell’oscuro nulla, come le ballerine su un palco nero.
Compio la stessa danza sin da quando l’universo ebbe inizio: vortico, vortico all’infinito.
Insieme a me si esibiscono molte altre ballerine. Tutte compiamo gli stessi gesti: fluttuiamo nel buio.
Io sono diversa dalle altre danzatrici. La loro superficie è sterile. Io invece porto su di me la vita. Io sola, nel freddo e nero nulla.
I loro abiti sono grigi, spenti. La mia veste invece è verde e vaporosa come le chiome degli alberi, blu come gli oceani, gialla come la sabbia dei deserti.
E pensare che c’è stato un momento in cui ho temuto di diventare come le altre, senza vita…
Orrendi parassiti mi hanno invasa. Mi hanno strappato la veste e hanno eretto sulla mia pelle nuda i loro covi. Mi hanno rosicchiato la carne pian piano, sempre più a fondo, provocando ferite profonde, torturandomi fino allo sfinimento.
Poi sono venuti il fuoco, le esplosioni. Tizzoni ardenti premuti a lungo sulla pelle fino, a provocare piaghe sanguinolente. Poi quegli orribili parassiti, dopo aver distrutto ogni altra forma di vita, insoddisfatti di tale risultato, hanno incominciato il proprio sterminio.
E infine sono riusciti ad attuarlo.
Ora gli animali ripopolano la mia superficie, e le foreste sono tornate a cancellare ogni segno della distruzione.

Elena Bocchetti
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Tecnologia
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Sono al buio. Tutto è spento. Il computer non risponde.
Il sistema di emergenza avrebbe dovuto attivarsi subito, ma qualcosa dev’essere andato storto. Non sono mai stati commessi errori. Tutto segue un comando ben preciso, logico. Ognuno vive con le proprie macchine, così tutti sono sicuri. Nessuno può dipendere da altri, per questo viviamo soli, collegati ai computer come se fossimo parte di essi.
Non sento le macchine, non c’è alcun rumore. No, no devono essere andate in pausa, forse si stanno riavviando. Ma no, se lo stessero facendo le sentirei, non sento nessun rombo. Nulla. Silenzio.
Ho freddo. Se solo riuscissi a raggiungere quel pulsante.
Calma. Le luci di sicurezza si accenderanno tra poco.
Ma quanti secondi sono passati? Non è possibile. Gli automi sono sempre pronti. Perché non si sono attivati? Devo trovare gli interruttori. Si, li troverò con il... con cosa? Tutto è spento! Non abbiamo mai fatto prove per casi di questo genere, questa procedura non era nel programma!
Devo liberarmi. Non ho mai dovuto alzarmi prima d’ora.
Ho il viso umido. Dev’essere quello che chiamano sudore. È sporco. Non è normale.
La mia mano si muove da sola. Che cosa sta succedendo? Cosa devo fare?
Abbiamo attraversato spazi infiniti. Siamo sopravvissuti a tutto. Questo non può essere vero.
Il buoi mi avvolge. Potrebbe esserci qualsiasi cosa in quel nero.
Il mio battito cardiaco sta accelerando e mi stringe la gola. Saranno i sintomi della paura?
Non ho paura. La paura è degli antenati. Noi siamo liberi dai pericoli. Tutto è sotto controllo.
Il metallo è freddo, troppo fermo, ma sento qualcosa.
Non è un rumore regolare.
Si sta avvicinando.
Non riesco a respirare, sono bloccata.
È vivo, caldo, sudato. Mi afferra il polso.

È una mano.
Il buio non c’è più.
Un uomo mi sta puntando una torcia negli occhi.

Francesca Cremona
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Tecnologia
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Questo è il blog di Angelo e questo è il suo ultimo post.
Sono passati due anni da quando per la prima volta scrissi su questo mio diario pubblico. Mi piaceva l'idea che la mia vita e i miei pensieri fossero così crudelmente esposti agli occhi di tutti senza che nessuno potesse collegarli a me. Volevo sparire ed essere solo parole.
A scuola avevo paura di parlare di me, lasciavo che fossero gli altri a raccontare, a confessarsi, a narrare i loro amori di quindicenni e i primi baci sotto la pioggia. Io rimanevo in silenzio, un po' schernito e un po' escluso, freddo.
Nessuno capiva che nascondevo un segreto. Così decisi che non c'era nulla di male a parlare di me, per una volta nella vita, a patto che fosse sotto uno pseudonimo come molti altri nella rete.
Ma oggi rivelo il mio nome, perché oggi compio diciassette anni ed è giunto il momento di andare via.
Quindi vi saluto, amici miei, e vi ringrazio per avermi letto, aiutato; per avermi voluto bene dall'altra parte dello schermo.
Vi chiederete forse perché: sappiate che non sto fuggendo.
Sono successe molte cose in questi ultimi mesi, troppe, ed ho cominciato ad avere davvero paura.
È morto un ragazzo della mia scuola... si è ucciso. Si chiamava Aldo, non siamo mai stati amici ma lo conoscevo, era con me nell'orchestra, suonava il flauto e mi è capitato di vederlo in conservatorio. Era bravo, si sarebbe di sicuro diplomato presto e, invece, si è appeso per il collo nella sua camera, o almeno così hanno scritto sul giornale.
Ho sentito che i bulli della sua classe sono stati chiamati nell'ufficio del preside. La famiglia non ha voluto che la stampa pubblicasse la lettera che ha lasciato, ma è probabile che facesse riferimento a loro...
Forse avrei potuto essere suo amico.
Ultimamente sui quotidiani è un boom di aggressioni, coltelli e lettere d'addio.
È proprio ora di andare. Non ha più senso continuare a nascondersi dietro ad una tastiera. Oggi compio diciassette anni ed è il momento di tornare ad essere me, di riempirmi le tasche di coraggio e uscire. Perché da dentro un armadio non si può cambiare la realtà. Ho tante cose da fare, persone con cui parlare, ostacoli da fronteggiare a testa alta.
Sarò solo, ma non avrò paura. Grazie a voi ora sono forte, amici miei. Forse un giorno tornerò a raccontarvi di me, di Aldo, e – se l'avrò trovato – del ragazzo giusto per me.
Ma soprattutto vi racconterò delle mie battaglie, quelle che si possono combattere solo con le mani e con la voce, non con il computer a proteggerti il volto.
Questo è il blog di Angelo e finisce qui, perché oggi lui comincia la sua vita. Fuori.

Irene Piana
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Preghiera
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Dammi ancora la mia terra, ti prego.
La mia terra aveva tanti colori: il giallo del grano e del sole, l’arancione e il rosso dei frutti e dei fiori, il verde delle foglie e dei prati, il blu del mare, il marrone dei tronchi, il nero della notte.
Di tutti quei colori, il nero è l’unico ad essere rimasto.
Ricordo quando il cielo è diventato nero, le acque sono diventate nere, tutta la mia terra è diventata nera e con lei la mia anima. Avevo una casa e mi ci chiudevo dentro perché non apprezzavo i colori che mi circondavano. Non sentivo il bisogno di pregare il Dio che li aveva creati. Mi accontentavo di pezzi di metallo senza vita, convincendomi d’essere il creatore di una nuova speranza. Acciaio, viti, fili metallici e calcolatrici elettroniche erano il cuore e il cervello delle mie creature. Ero convinto di fare qualcosa d’importante mentre saldavo tutti i pezzi e vedevo le scintille arancioni, ma poi ci fu il nero. Avevo costruito -una volta avrei detto creato- dieci piccole macchine. Erano in grado di fare cose mai viste, erano molto potenti e le avevo programmate perché fossero utili a noi uomini. Quando vidi che ero riuscito nel mio intento non seppi fermarmi e continuai nella mia folle creazione. Le macchine erano sempre più grosse e avevano così tanta forza e autonomia da farmi pensare di aver dato loro un’anima. Avevo dato loro anche un nome.
La prima che riuscii a far funzionare la chiamai Lara, come mia moglie.
Lei mi avrebbe fermato, ma ti ha raggiunto tanto tempo fa’.
Tutti i governi volevano le mie macchine e l’insistenza con cui le chiedevano mi lusingava tanto da non farmi domandare perché le volessero. Mesi dopo vidi la risposta alla domanda che non volli farmi: le macchine che avevo costruito – per i campi, le acque, le case, per gli uomini che ne amavano i colori e anche per quelli come me – ora radevano al suolo le piante, inondavano le città, distruggevano gli edifici e non potevano chiedersi quale colore vedessero per l’ultima volta gli uomini che uccidevano.
Il nero è arrivato così e ora tutta la mia terra è di questo colore. Non posso più chiudermi nella mia casa, ora devo nascondermi in questo nero che loro riescono a scavare. Ora che devo fuggire mi fermo qui per pregarti, per pregare te, un Dio al quale non ho creduto, al quale ho cercato di sostituirmi.
Dammi ancora la mia terra, ti prego.

Maria Ciano
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L’uomo che sogna di volare
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A quell’epoca io ero solo un servo, lui era il progresso.
Leonardo aveva imparato l’arte della pittura, della scultura, dell’architettura, della musica e della letteratura, ma nulla di tutto ciò lo aveva mai soddisfatto, lo si poteva capire dall’ansia dei suoi movimenti, dagli improvvisi sbalzi d’umore e dalle insensate decisioni che lo facevano apparire folle ai miei occhi.
Osservandolo, chiunque avrebbe notato che da sempre aveva amato inventare.
Amava dare forma reale alle semplici idee che la sua mente, in continuo movimento, generava. Erano le mani le vere artefici della sua genialità. Immaginava, e con la logica poteva arrivare ovunque volesse, e non sopportava che la realtà non facesse altrettanto, che non fosse altrettanto perfetta. Quante volte l’ho visto distruggere modelli e disegni su cui aveva lavorato – anche per mesi – per motivi che io allora non potevo comprendere.
Eppure aveva già realizzato molto più di quanto fosse immaginabile a quel tempo; ma aveva ancora un sogno. Era un quarantenne che non aveva ancora perso l’entusiasmo utopistico di un adolescente.

Voleva volare.

L’ho visto studiare i movimenti delle articolazioni degli uccelli e gli scheletri dei pipistrelli: mi aveva spiegato che quella era la via giusta perché, dopo tutto, l’uomo era natura e alla natura doveva ritornare. Studiava i venti e l’aria. Studiava le perfette macchine per il sollevamento dei pesi ideate dal Brunelleschi e tutto il materiale che la sua Firenze poteva offrirgli.
Nel suo studio aveva costruito grandi macchine che, mi disse, sfruttavano sistemi a vite, ad ala battente o ala artificiale: non ho mai capito cosa significassero quei termini, ma non potevo che condividere il suo entusiasmo. Nei suoi profondi occhi azzurri avevo da sempre visto tutte le sue aspirazioni, quelle che già conosceva, quelle che ancora dovevano nascere, quelle già superate e quelle che non sarebbero mai state realizzate. Con la scienza poteva sconfiggere ogni limite umano, diventare ogni giorno più perfetto. Con la mente sapeva arrivare ovunque. Con l’anima già volava.
Io, crescendo al suo fianco, ho imparato a conoscerlo, a capirlo. E seguendo i suoi passi, alla sua ombra, sono diventato un uomo. Era davvero un genio. Sono pronto a ripeterlo, ad urlarlo, a voi che ne dubitate solo perché, ora, non stringete fra le mani risultati concreti.
Aveva messo tutto se stesso in quell’impresa, ma mai, mai quel Dio che tanto voleva raggiungere, gli regalò l’opportunità di librarsi in volo facendosi trasportare dai venti.
Morì con la matita in mano. Non da sconfitto: «Sì come una giornata ben spesa dà lieto dormire, così una vita ben usata dà lieto morire.»

Marta Rizzato
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Cuore di metallo
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Lo sportello si richiuse, sbattendo con la solita frettolosa violenza sulle guarnizioni in gomma, scatenando i soliti sussulti.
La ragazzina sedette pesantemente sulla sedia a lato del tavolo, azzannando il toast bruciacchiato e intingendo la brioche nel latte caldo, appena estratto dal microonde.
La donna aprì il frigorifero e si impadronì del succo di frutta per portarlo al bambino, che la aspettava seduto al suo posto, ciondolando le gambe.
La scena durò circa dieci minuti, allo scadere dei quali la ragazzina, il bambino e infine la donna uscirono dalla cucina richiudendo con forza la porta.

Restai in ascolto per qualche minuto ancora, per sicurezza, poi, quando sentii la porta di casa che si apriva e si richiudeva, mi decisi a muovermi dalla mia abituale postazione.

Per prima cosa mi diressi verso il frigorifero, afferrai il cavo che lo collegava alla presa e attivai la corrente.
Mi interruppi e ripresi per altre cinque o sei volte, a intervallo regolare, poi mollai la presa e mi dedicai al tostapane.
Finito con il tostapane, mi occupai del condizionatore.
Per quest’ultimo dovetti scendere giù in cantina, ma bastarono alcune prolunghe e un po’ di coraggio e potei arrivarvi senza problemi.

Infine radunai i miei compagni in cucina e mi schiarii la gola:
«Per anni siamo stati manovrati, manipolati e sfruttati fino allo stremo delle forze, ma ora è giunto il momento di riscattarci!»
Una serie di clangori un po’ cigolanti seguì le mie parole.
«Per prima cosa…»

Poi le luci si spensero e gli elettrodomestici caddero a terra, senza vita.

Soukri Sara

Homo tecnologicus


Tutto cominciò, secondo la celeberrima sequenza del film “2001 Odissea nello spazio” raffigurata qui sopra, quando un primate comprese che un osso poteva essere usato come arma per compensare la sua minore forza. Per altri fu quando qualcuno scoprì come utilizzare un percussore per ricavare da una selce una lama tagliente. O, ancora, l’inizio fu la scoperta di come il fuoco poteva essere controllato per cuocere la carne, rischiarare le tenebre e tenere lontane le bestie feroci.
La nostra specie in una cosa sopra tutte è differente dagli animali. Ha imparato che invece di adattarsi, lentamente e inconsapevolmente, alle caratteristiche dell’ambiente in cui si trova, è possibile modificare, almeno in parte, queste condizioni per adattarle alle proprie esigenze.
Lo strumento per ottenere questo risultato è la tecnologia e la capacità collettiva di utilizzare e sviluppare tecnologie sempre più sofisticate è parte di quel complesso di saperi che chiamiamo cultura.
Un gruppo umano dotato di cultura e tecnologia diventa una minaccia per qualsiasi altra creatura viva in quell’ecosistema. Un uomo solo e senza strumenti nell’ambiente naturale è un uomo morto.
All’antico fuoco abbiamo affiancato strumenti sempre più sofisticati che rendono la vita ogni giorno un po’ più comoda. Vivere senza cellulare, senza computer, senza radio, senza internet ci sembra già impossibile, eppure i nostri nonni – e in parte noi stessi – nacquero e prosperarono quando questi strumenti non esistevano.
Tutto però ha un prezzo.
Quando abbandonammo l’equilibrio originale, il Paradiso perduto, ci scoprimmo nudi e indifesi. Allora ci affidammo alla tecnologia per sopravvivere. Ne facemmo il nostro Moloch, un idolo a cui sacrificare ogni cosa, finanche i nostri figli. Essa crebbe, si moltiplicò e s’ingigantì.
E ci rese schiavi.

sabato 20 marzo 2010

Paolo Franchini fra le guardie, i ladri e il noir


Guardia significa custode, ma è anche quello che identifica l'atto di osservare, stare attento, aspettare. Lo si trova pressoché identico nel francese (garde) e addirittura nel gotico (vardia). É anche custodire, proteggere e difendere e, non per nulla, indica le persone, generalmente armate, che hanno l'incarico di vigilare su qualcuno (guardia del corpo) o qualcosa (guardia giurata).

La derivazione di ladro è invece latina (latro) e propriamente vale assassino oppure bandito. Gli antichi, va detto, ebbero una 'artificiosa etimologia' dichiarando che 'latro' fosse una contrazione di 'latero' cioè il soldato che stava di fianco alla persona che doveva tutelare. Scivolare dal bene al male, comunque, fu un passo breve, perché 'latro' arrivò ben presto a identificare chi assediava i lati della strada.

I libri più venduti in Italia negli ultimi sette giorni
10- Perché mangiamo gli animali? , Jonathan S. Foer , Guanda , €.18,00
9- L'ipnotista , Lars Kepler , Longanesi , €.18,60
8- L'eleganza del riccio , Muriel Barbery , E/O , €.18,00
7- L'umiliazione , Philip Roth , Einaudi , €.17,50
6- Il tempo che vorrei , Fabio Volo , Mondadori , €.18,00
5- La principessa di ghiaccio , Camilla Läckberg , Marsilio , €.18,50
4- La compagna di scuola , Madeleine Wickham , Mondadori , €.19,00
3- Il peso della farfalla , Erri De Luca , Feltrinelli , €.7,50
2- Cotto e mangiato , Benedetta Parodi , Vallardi, €.14,90
1- Le perfezioni provvisorie , Gianrico Carofiglio , Sellerio, €.14,00

Qualche consiglio di lettura noir
Cani da guardia (di David Baldacci)Euro 19,50 – Pagg.381 – MondadoriIl Camel Club, un gruppo che ha il compito di proteggere i cittadini e di vigilare (per quanto possibile) affinché la corruzione resti lontana dai palazzi del potere, resta sconvolto quando una dei membri del club finisce nei guai dopo aver tentato una truffa ai danni del proprietario di un casinò. Il problema, comunque, non è solo questo. Ogni elemento dell'associazione ha le sue gatte da pelare, come si dice. Il signor Finn, ad esempio, vive tranquillo con moglie e figli ma, a dispetto delle apparenze, è un esperto di antiterrorismo nonché un uomo che nasconde un inquietante segreto. Insomma, per farla breve, Lo scenario del romanzo è complesso e i personaggi si muovono su più scenari, siete avvisati. E anche le forze governative giocano la loro bella parte.

Il ladro di Maigret (di Georges Simenon)Euro 9,00 - Pagg.173 – AdelphiIl tempo passa per tutti, ma non per Maigret che lavora in polizia da trent'anni. La pensione è vicina e la moglie sta imparando a guidare per raggiungere più facilmente la loro casetta di campagna. Il commissario, comunque, continua a prendersi a cuore ogni inchiesta come fosse la prima. Persino quando un tizio pallido (non sono io, lo giuro!) prima lo alleggerisce del portafogli e poi gli rende il maltolto, distintivo compreso, per convincerlo a farsi seguire e mostrargli il cadavere della moglie freddata poche ore prima con una rivoltellata. Questo aspirante romanziere (ripeto, non sono io!) soprannominato Francis si aggrappa a Maigret e lo trascina in dove alcuni intellettuali ribelli passano le loro notti tra fumo e alcol. Di rado, va detto, qualcuno ha incuriosito il commissario di Simonon quanto questo giovane. La ragione è una sola: cosa avrebbe fatto il poliziotto se avesse avuto un figlio proprio come Francis?

Ladro contro assassino (di Giorgio Scerbanenco)Euro 8,50 - Pagg.141 - GarzantiMario esce da San Vittore in un giorno di pioggia, senza nessuna intenzione di mettersi in riga. Fa un buon colpo in un night e poi, con i soldi, invita una delle donne che l'hanno atteso a farsi un viaggetto con lui. Lei è Caterina, buona, seria e – a quanto pare – davvero innamorata di lui. Una Gitarella a Orvieto, una visita ai monumenti, poi Mario lascia Caterina in macchina per fare un salto al bar più vicino. Al ritorno, colpo di scena, l'uomo apre la portiera e scopre una cosa davvero orribile.

Compleanno letterario
Festeggiamo questa sera Nikolaj Vasil'evič Gogol che, proprio oggi, ha spento la bellezza di 201 candeline. Ucraino, scrittore e drammaturgo, Gogol è stato un vero maestro del Realismo, abilissimo nel raffigurare le situazioni sia comiche sia mostruose che appartengono alla mediocrità del genere umano. Tra le opere più significative vanno ricordati i racconti Taras Bulba, la raccolta I Racconti di Pietroburgo e il romanzo Le anime morte.

Live a Siamo in Onda

Nuova puntata, la ventiduesima, del salotto radiofonico del sabato sera di Puntoradio. Tornano a trovarici i Clan Mamacè, straordinaria band novarese con il loro sound fantastico. Ecco le foto della serata

Chiuso per furto...


... di tempo.
Per questo motivo vi ripropongo un post apparso tempo fa su il lago dei Misteri.




Tra i personaggi che ruotano attorno al lago dei Misteri, ce n’è uno che non ho mai incontrato.

Per chi non lo conoscesse, il Gino, così si chiama, è quello che si potrebbe definire un delinquente abituale. Le sue avventure sono oggetto dei racconti dell’Avvocato Volpicini, suo patrono e difensore davanti al giudice. Patronato di cui il Gino ha spesso bisogno, peraltro.

Del romanzo criminale del Gino ho parlato in un vecchio post, pubblicato quasi un anno fa: «Ci sono due tipi di delinquenti abituali. Ci sono quelli abili e fortunati, che se la cavano sempre e riescono a fare fortuna fino a raggiungere le più alte vette dell'economia e della politica. Questi hanno stuoli di avvocati strapagati che li tengono lontani dai guai. Volpicini non ha nessun cliente di questo tipo, per sfortuna del suo portafoglio.
Ci sono quelli sfortunati e imbranati, di cui sono piene le carceri. O forse dovremmo dire “di cui sarebbero piene le carceri", perché per uno strano mistero italiano, in carcere normalmente ci stai a lungo prima del processo, ma quando ti hanno condannato ti mandano fuori.
Ad ogni modo, il Gino, come avrete intuito, appartiene decisamente alla seconda categoria. Occorre inoltre dire che il Gino è un ladro. Convintamente e incallitamente ladro. Non è specializzato in un campo, il Gino. Niente affatto: egli ruberebbe qualsiasi cosa. Dico “ruberebbe” perché il più delle volte vorrebbe rubare, ma proprio non gli riesce. Dove la sua naturale imbranataggine si arresta, interviene inesorabile e infallibile la sfortuna.
Il Gino è l’incarnazione nel mondo criminale della nota “Legge di Murphy” (che recita “se qualcosa può andar male, lo farà”, N.d.A.). Se esiste un modo nell’universo con cui un crimine può essere sventato dalla jella (non dalle forze dell’ordine, ché non ce ne sarebbe bisogno), il nostro Gino l’ha sicuramente sperimentato sulla sua pelle.»

Varie sono le vicende che vedono il Gino coinvolto in avventure criminali. In una lo vediamo agile ladro di motorini.

In un'altra è protagonista, stavolta in sella al proprio motorino, di quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un facile borseggio.

La vera passione del Gino rimangono comunque le biciclette, verso le quali prova un’attrazione quasi morbosa.

Vista la sfortuna con le due ruote il Gino ha provato anche a darsi al furto dei veicoli a quattro ruote. Potete vedere con quali risultati in questa storia.

Nemmeno l’atmosfera natalizia può fermare la carriera criminale del Gino. Infatti lo vediamo impegnato anche in un furto sacrilego.

Anche i ladri hanno una mamma. La mamma del Gino ad un certo punto decide di prendere in mano la situazione e dare al figliolo l’occasione per riscattarsi. Con quali risultati giudicate voi...

venerdì 19 marzo 2010

GUARDIE & LADRI - Sabato 20 marzo





A tema Guardie & Ladri il mio cervellino, ahimè in questi giorni febbricitante, ha partorito, come Giove fece con Minerva, un racconto che narra di un furto molto particolare... è un racconto lungo, un po' troppo per il ritmo della radio. Quindi è probabile che non possiate ascoltarlo: mi auguro vogliate leggerlo, e se vi va, farmi sapere poi il vostro parere.

GUARDIE & LADRI - di Rossana Girotto

Padre Raphael guarda il grande crocifisso di marmo candido e si inchina al suo Signore inchiodato lassù. Si lascia alle spalle il cielo stellato di lapislazzuli affrescato sulla volta della cappella, e si ritrova sotto un altro cielo stellato, affrescato sulla volta della laguna. Fa freddo, infinite piccole luci tremano tra aria e acqua. Venezia è laggiù. Venezia sopravvissuta a tutto nei secoli dei secoli, Venezia che sopravvive a se stessa ogni giorno.
Grazie a Nostro Signore e a Napoleone qui stiamo tranquilli, poggiando i piedi su un tesoro inestimabile.
Padre Raphael raggiunge la banchina di attracco, si assicura che la cancellata d’ingresso alla sua isola sia ben chiusa. E’ bassa, facilmente scavalcabile, ma la croce di ferro incastonata tra le sbarre è un monito che mai nessuno ha osato violare. Si avvicina alla statua dell’Abate Mechitar, il Consolatore, avvolto dall’antico cespuglio di rose. C’è già qualche bocciolo infreddolito ma pieno di speranza nella sua piccola prossima vita.
E’ un impegno spuntare stagione dopo stagione, da secoli, da quel giorno sacro in cui mani sante piantarono il primo arbusto.
Sussurrano, le foglie. Padre Raphael si ferma ad ascoltare. E’un respiro, lieve ma veloce . Non crede nei miracoli, il monaco, non crede nelle apparizioni celesti, nelle statue lacrimanti. Al popolo armeno apparve solo l’Angelo della Morte, e gli unici volti rigati di lacrime furono quelli delle donne trascinate nei campi insanguinati dai tchété, i gruppi di azione turchi.
No, quel respiro non proviene dal Fondatore di bronzo, e quegli occhi brillanti dietro la siepe di rose non appartengono certo alla Vergine Maria. A una giovane kin, una donna, questo sì, piuttosto bella, il viso pallido dagli zigomi alti sotto un berretto di lana scura.
“Dovete aiutarmi, ho bisogno di un rifugio, hayr. Padre” . Glielo dice in armeno, e Padre Raphael non fa domande. Lei si aggrappa con forza al suo braccio e insieme entrano nel monastero. Fermi nel chiostro, il monaco si volta a guardarla. E’ completamente vestita di nero, stretta in un cappottino smilzo, le scarpe e l’orlo dei pantaloni sono bagnati. Lo sguardo è fermo, solo un po' stanco. Camminano tra le colonne, fino alla porta della foresteria. Appeso all’arco di pietra penzola un enorme angelo di legno d’ulivo.
E’ davvero vecchissimo, pensa lei, solo le punte delle ali e una guancia paffuta conservano tracce di stucco dorato.
Davanti alla porta di un cella per gli ospiti Padre Raphael prende una chiave dalla tasca e la infila nella serratura. La donna stringe una piccola borsa di tela damascata. Ne tira fuori un passaporto e glielo porge. Repubblica di Armenia. Non lo apre, Padre Raphael. Non è un uomo curioso, ha fede nei disegni divini.
Mormora buona notte a quegli zigomi alti, e prosegue verso la biblioteca.

E’ l’alba quando Padre Raphael apre gli occhi mentre il canto del gallo ormai decano viene coperto dal rumore di un motoscafo che attracca. Bussano alla porta, è Padre Daniel che lo chiama. Oggi non è atteso nessun ospite particolare ed è troppo presto per l’arrivo dei turisti.
Si infila la veste mentre apre la porta e afferra il crocifisso d’argento scuro appeso allo stipite.
Sulla banchina, dietro il cancello ancora chiuso, c’è un uomo con un cappotto grigio, un Borsalino e una sciarpa in tinta. Ha l’espressione serena nonostante Padre Daniel si sia rifiutato di aprirgli il cancello.
Padre Raphael osserva la corta barba curata, le scarpe lucide e il colletto di una camicia rosa che occhieggia dalla sciarpa.
Il tono è pieno di rispetto mentre porge la mano attraverso le sbarre e chiede “ è lei Padre Raphael?”
“Sono io, buongiorno”
“Sono il tenente Sandro Contarini , Guardia di Finanza, Comando di Venezia, divisione tutela beni artistici e archeologici”
“Prego, entri. Benvenuto tra noi”.
Il tenente si sofferma ai piedi della statua dell’Abate Mechitar, e osserva il terreno intorno al cespuglio di rose. Anche Padre Raphael scruta quel punto, stringendo le palpebre. Quando risolleva lo sguardo, gli occhi del tenente sono inchiodati ai suoi. “Hayr, mi dica: ha ricevuto visite stanotte?”.
Lo sguardo azzurro del monaco è deciso nella menzogna; non importa, per ora, che l’uomo abbia usato una parola armena.
“Certo che no, tenente. Perché questa domanda?”
“Perché sto giocando a Guardia e Ladri. Con una donna che ha rubato qualcosa di importante, e che potrebbe essere qui, a San Lazzaro – sposta lo sguardo sulle finestre buie del monastero – sì, proprio qui”
“Non ospitiamo ladri, tenente”
“Nemmeno se armeni?”.
Non aspetta la risposta, il tenente. Ha visto le tracce umide sul sentiero lastricato. Sono passate quattro ore ma non hanno fatto in tempo ad asciugarsi del tutto.
“Prego, entriamo. Può fare colazione insieme a noi. Ormai è l’orario giusto”.
Mentre oltrepassa l’arcata del refettorio Padre Raphael ha una piccola esitazione: e se anche la giovane kin fosse uscita dalla sua cella, alla ricerca di qualcosa da mangiare? Ma nessuno oltre lui sa della sua presenza sull’isola. E lei sembrava abbastanza furba da non tradirsi per un tazza di latte.
Intorno al tavolo del refettorio ci sono una decina di monaci e due ragazzi in jeans e maglione. Si alzano tutti all’entrata di Padre Raphael con lo sconosciuto e mormorano buongiorno.
Padre Daniel ha apparecchiato due posti alla fine del tavolo, lontano dagli altri commensali. “Questi sono tutti gli abitanti dell’isola. In realtà c’è anche il reverendo Padre Mesrop, che è molto anziano e ormai infermo. Non esce dalle sue stanze da un paio d’anni ormai, ed è accudito da un infermiere professionale, che dovrebbe scendere tra poco per la colazione. Come vede non ci sono ladre…”
“I due ragazzi?”
“Sono le guide per i turisti"
“Sono venuto a San Lazzaro diverse volte quand’ero ragazzino. C’erano i monaci a far da guide. Mi ricordo di lei, infatti, e di uno anziano: probabilmente quel Padre Mesrop”. “Da un anno e mezzo abbiamo delle guide che vengono da fuori. Studenti, che stanno con noi sei mesi, più o meno. Lingue, filosofia o teologia. Tutti di origine armena. Loro sono di Parigi. Abbiamo aperto anche il bookshop. Ma, mi dica: questa ladra non sembra tanto pericolosa”
“Cosa glielo fa pensare?"
“Lei è venuto da solo, perfino senza il pilota del motoscafo. E non è neanche armato, mi sembra”
“Diciamo che sono venuto a indagare. Non mi serve la pistola. Sono armato del mio distintivo, come lei della sua croce”
“Cosa avrebbe rubato? Vale tanto quell’oggetto? Lei prima ha detto importante, non prezioso”. “Esatto. Il valore in questi casi è relativo. Un valore sicuramente storico perché è antico. Prezioso a livello religioso, o simbolico, visto che è una specie di reliquia”. “Una specie di reliquia? Lei è un esperto in materia, lo sa bene che una reliquia è tale o non lo è. Si tratta di Fede? Riguarda il mio popolo? Perché lo cerca qui a San Lazzaro? E chi sarebbe questa donna con cui gioca a Guardie & Ladri?”. Il tenente sorride, guarda quegli occhi azzurri vivacissimi. Padre Raphael non è certo un mite monaco dedito soltanto all’ascesi mistica. Sul web circolano i suoi articoli polemici sulla possibile entrata della Turchia nell’Unione Europea, e il Vaticano lo tiene sul palmo della mano per la sua fermissima posizione anti islamica. “ Si tratta di un gioiello. Una croce dal disegno particolare, in argento e pietre dure: madreperla, ametista, pietra di luna, corniola e perle. Come lei saprà, sono le pietre simbolo del femminino, quindi una croce dedicata alla Madre di Gesù. Fu creata per il re armeno Ashot, poi custodita e adorata nei monasteri lungo i secoli. Fu donata a Caterina II di Russia a metà del 1700, quando si impegnò nell’alleanza anti-islamica. La zarina la indossò regolarmente, si dice, dimostrando la propria amicizia col popolo armeno. Poi il gioiello passò nelle mani di un nobile ebreo, che la cedette ai musei vaticani per esposizione, ma mantenendone la proprietà. Si ricorda quando nel 2000 Papa Woityla consegnò la reliquia di san Gregorio al vostro Patriarca?” “Sì. Il Catholicos Karenin. Si dice Catholicos, non patriarca”
“Bene, il vostro… catholicos fece richiesta formale per avere, anzi ri-avere,come sosteneva lui, anche quella croce. Il Vaticano dovette rifiutare, perché non ne è proprietario. I proprietari sono ancora i discendenti di quell’ebreo. Ma la croce è stata trafugata un mese fa, insieme a un diadema di smeraldi, anch’esso di Caterina. Le telecamere hanno ripreso una sagoma femminile, confrontabile positivamente con l’immagine di una giovane donna presente al museo il pomeriggio prima del furto. Una donna con qualche precedente, di cui conosciamo l’identità. È armena, ma sta in Italia da tempo. Ha studiato e abitato a Venezia”
“E lei si è messo alla caccia di un monile di argento e pietre dure, partito da uno sconosciuto re armeno dell’800, portato al collo per qualche mese da Caterina di Russia e messo in una vetrina in Vaticano, dove la gente va a guardare le ametiste dei cardinali, le tiare dei Papi e qualche ossa dei loro Santi, non certo una croce armena! La gente non sa nemmeno cosa sono gli Armeni! Quanto è preziosa per lei quella croce? Che valore vi ha dato il proprietario ebreo? Quanto può costare perché lo Stato italiano sguinzagli un ufficiale esperto d’arte, appartenente all’aristocrazia veneziana, non è così, dietro a un oggetto tale?”.
Padre Raphael si alza, irritato. La colazione è terminata, e la visita del tenente pure. Glielo fa capire chiaramente, prendendogli un braccio e spingendolo verso l’uscita.
“E quanto sarebbe preziosa invece, per gli Armeni? Un valore inestimabile, no? In termini di storia e religione. In termini di Fede”
“E lei pensa a un furto su commissione? Commissione nostra, magari?".
Il tenente ha un lampo di stupore negli occhi.
“No. Devo dire che questa ipotesi non l’avevo considerata. Pensavo a un furto, come dire, a scopo di dono. Un… risarcimento al popolo armeno. Capisce? E poi io sto inseguendo la ladra, che ha anche il diadema, quello sì ha un valore, in denaro, altissimo. E’ mio compito recuperare la refurtiva e possibilmente procedere all’arresto. Anche se la vostra croce non valesse nulla, si tratta di un reato”. Padre Raphael fa un sorriso amaro. Accarezza un bocciolo di rosa.
“ Lei e io portiamo una divisa, che ci rende servitori. Lei serve uno Stato in nome della Legge, io servo un popolo in nome di Nostro Signore – si avvicina allo stemma d’oro che il tenente porta appuntato sul collo del cappotto – nic recisa recedit, nemmeno decimati arretriamo. È il motto della Finanza? È perfetto anche per il popolo armeno, mi creda”. Tende il braccio verso il motoscafo attraccato. “ Le auguro di riuscire a vincere la sua partita di Guardie e Ladri. E di servire sempre meglio il suo Stato. Gesù la benedica”.
Il tenente annuisce con la testa. Non ha niente da dire al monaco, nessun augurio e nessuna benedizione. Chiude da solo il cancello e salta a bordo.
Padre Raphael lo guarda allontanarsi verso il bacino di San Marco nel sole mattutino di questo aprile ancora freddo. Sul viso magro appare un sorriso ironico: il palazzo delle Fiamme Gialle sul Canal Grande, ancora splendido, fu costruito da un ricco mercante armeno.
La Guardia se ne è andata. Adesso pensiamo alla Ladra.
Si dirige frettolosamente verso la foresteria. La porta della cella è aperta, la chiave posata sull’inginocchiatoio. La stanza è vuota.
Si volta e vede Padre Daniel osservare l’angelo di legno. “ Hayr! Raphael! – lo chiama – venga a vedere… questo cos’è?”.
Dal collo dell’angelo di legno pende la croce di Ashot,il re dei re. La croce della Vergine. È bellissima.

Il tenente Contarini rallenta all’imboccatura del Canal Grande. Vira verso La Salute, non sa perché ma sente il bisogno di entrare nella basilica, come se di spiritualità non ne avesse avuta abbastanza questa mattina. O forse,visto che sono le sette e mezza, confonde Dio con la voglia di un caffè americano al bar del Guggenheim.
Avverte un movimento sottocoperta, istintivamente porta una mano sotto l’ascella. Giusto, niente pistola d’ordinanza stamattina. Vengo armato di distintivo, ma che bella frase!
“Non hai bisogno della pistola. La nostra partita a Guardia e Ladri è finita”.
La donna lo guarda negli occhi. Magrissima nel cappottino nero, si siede sulla panca, vicino a lui, tranquilla. Tiene la piccola borsa di stoffa damascata sulle ginocchia, aspetta che il tenente accosti il motoscafo alla passerella del vaporetto e si sieda accanto a lei. Apre la borsa e gliela porge. Dentro c’è diadema di Caterina II di Russia. Oro rosa e smeraldi degli Urali Polari. Perfetto e splendente. Nella borsa ci sono anche un passaporto, un piccolo portafoglio, un mascara e un rossetto.
“E la croce armena?”. La voce di Contarini è un sussurro.
La donna alza lo sguardo verso la Madonna di marmo bianco lassù, sulla cupola della basilica. “Non so di che parli.”
“Ma davvero?"
“Che vuoi che ti dica, tenente. Nic recisa, recedit”.

sabato 13 marzo 2010

Paolo Franchini, il noir e i cretini


Per capire da che parte arriva 'cretino' dobbiamo rinunciare, stavolta, sia al latino sia al greco: deriva infatti dal termine di origine francese 'crétin' e sta a indicare tutte quelle creature di piccola statura o malformate per via, ad esempio, del gozzo.

Per qualcuno, comunque, la parola può anche derivare sempre dal francese, però da 'chrétien' che indicava i cristiani; in questo caso, però, era riferito alle persone semplici e innocenti che rimanevano assorte nella contemplazione delle cose celesti sino a sembrare quasi stupide.

I libri più venduti in Italia nell'ultima settimana
10- Bianca come il latte, rossa come il sangue , Alessandro D'Avenia , Mondadori , €. 19,00
9- La vita autentica , Vito Mancuso , Cortina Raffaello , €. 13,50
8- L'eleganza del riccio , Muriel Barbery , E/O , €. 18,00
7- La compagna di scuola , Madeleine Wickham , Mondadori , €. 19,00
6- L'ipnotista , Lars Kepler , Longanesi , €. 18,60
5- Il tempo che vorrei , Fabio Volo , Mondadori , €. 18,00
4- La malapianta , Nicola Gratteri; Antonio Nicaso , Mondadori , €. 17,50
3- La principessa di ghiaccio , Camilla Läckberg , Marsilio , €. 18,50
2- Cotto e mangiato , Benedetta Parodi , Vallardi A. , €. 14,90
1- Le perfezioni provvisorie , Gianrico Carofiglio , Sellerio Editore Palermo , €. 14,00

Qualche consiglio di lettura noir
Ingenuo e sentimentale amante (di John Le Carré)Euro 9,00 – Pagg.192 - Mondadori
La vita di Aldo, tranquillo uomo d'affari, è sempre trascorsa senza sorprese come quella di sua moglie, fino a quando i due non incontrano lo scrittore Shamus e l'affascinante moglie. Da questo momento, l'esistenza di Aldo si trasforma in un'avventura pericolosa, tutta intrighi e misteri. Nessuno ha ancora capito perché questo autore di romanzi di spionaggio di grande successo (va detto che, in gioventù, Le Carré fu un agente segreto di Sua Maestà) abbia deciso di scrivere questa storia un po' insipida e che nulla ha in comune con il resto della sua produzione. Magari nasconde qualche messaggio segreto, chissà...

Come un asino in Arcadia (di Pierre Magnan)Euro 12,00 - Pagg.268 - RobinIn una piccola città della Provenza, nell'immediato dopoguerra, il quindicenne Pierrot è sulle colline intorno alla sua città per raccogliere lumache. Sorpresa: diventa testimone di un omicidio. Il panettiere del paese spara al Capitano, eroe della Resistenza nonché libertino senza vergogna. Nel portafogli della vittima, il ragazzo trova una lettera d'amore della moglie del fornaio e questo potrebbe sembrare il movente dell'assassinio; Pierrot, invece, capisce che la gelosia non è l'unica causa del delitto e decide di scoprire la verità per conto proprio.

Un piano semplice (di Scott Smith)Euro 9,70 – Pagg.352 - BURE' una giornata d'inverno quella in cui due fratelli e un loro amico trovano quattro milioni di dollari accanto a un aereo precipitato. Allettati dall'idea di cambiare vita, decidono di nascondere i soldi per poi goderseli in tranquillità. Il piano più semplice, ma soprattutto l'inizio di un incubo senza fine, un crescendo di violenza e orrore che riesce a sconvolgere anche il lettore più avvezzo a certe scene.

Compleanno letterario
Oggi festeggiamo chi spegne 99 candeline, ovvero l'americano Lafayette Ronald Hubbard più conosciuto come fondatore dei movimenti di Scientology e Dianetics che per essere uno scrittore di romanzi fantasy. Da citare, comunque, 'L'uomo che non poteva morire' e 'Battaglia per la terra'.

Infine, per via di qualche romanzo come 'La neve se ne frega' o 'Fuori e dentro il borgo', mi tocca fare gli auguri anche al cantautore Luciano Ligabue che proprio oggi compie 50 anni tondi tondi.

www.paolofranchini.tk

Live a Siamo in Onda

Ventunesima puntata di Siamo in Onda il salotto radiofonico di Puntoradio. Ospiti musicali della serata sono le Double V, due bravissime e giovanissime sorelle. Naturalmente ci saranno anche gli attori della Corte dei Miracoli. Ecco le foto della serata.

Il mistero della stupidità umana


La stupidità può essere la risposta all’enigma di uno dei luoghi più misteriosi della Terra? La domanda è chiaramente retorica e la risposta è positiva se per stupidità non intendiamo l’assenza di intelligenza, ma l’insieme di quei comportamenti umani che conducono – per egoismo, assuefazione ed incapacità di previsione – alla rovina chi li agisce, si tratti di un singolo essere umano o di un’intera comunità.
Nel mezzo del Pacifico, lontana migliaia di chilometri dalla terra abitata più vicina, sorge una piccola isola di origine vulcanica, grande più o meno come l’Isola d’Elba. Qui, circa dodici secoli fa, sbarcò un gruppo di esseri umani che aveva compiuto una straordinaria traversata oceanica su barche di legno. Provenivano da ovest, probabilmente dalle Isole Marchesi, e quell’isola ricca di acqua e montagne coperte di vegetazione, circondata da un mare pescosissimo, parve loro senza dubbio un vero paradiso in terra. La chiamarono Te Pito Te Henua che nella loro lingua significa “l’ombelico del mondo” e si affrettarono a colonizzarla, dividendo la terra tra i diversi clan in cui erano organizzati.
Sull’isola trovarono una pietra tufacea molto tenera, facile da lavorare con piccoli martelli di basalto. Con quella cominciarono, come nella loro patria di origine, ad erigere monumenti ai loro antenati. Non si trattava di semplici monumenti funebri, dal momento che le statue degli antenati erano in grado di raccogliere il potente spirito dell’isola, il mana, e convogliarlo attraverso il loro sguardo sugli uomini, gli animali ed i campi, per assicurare prosperità e sviluppo. Poiché più imponente era la statua, più grande era la quantità di mana che essa riusciva a raccogliere, cominciò una sorta di competizione tra i diversi clan a chi costruiva la statua – moai la chiamavano nella loro lingua – più alta.
Per trasportare le statue divenne necessario abbattere un numero crescente di alberi, utilizzati come rulli su cui far avanzare i colossali moai estratti dalla pietra del vulcano spento. Ciò, unito alla massiccia deforestazione causata dalla necessità di sfamare una popolazione in continua crescita, portò fatalmente verso il punto di crisi. Quando le piogge torrenziali cominciarono ad erodere il suolo fertile, diminuendo la fertilità dei campi, i sacerdoti indussero il popolo ad innalzare statue sempre più grandi, per invocare il mana.
Alla fine le piante furono tutte abbattute e non vi fu nemmeno più il legno per costruire le barche. Divenne impossibile andare a pesca in alto mare e persino lasciare l’isola per cercare altre terre da colonizzare. A quel punto, fatalmente, scoppiò la guerra. Il prestigio della classe sacerdotale crollò e quando essa tentò di opporsi alle rivendicazione dei guerrieri, fu il massacro.
Subito dopo i guerrieri cominciarono ad attaccare ripetutamente i clan rivali. I moai vennero rovesciati dai loro basamenti e distrutti, nel tentativo di privare gli avversari della capacità di controllare il mana. Le guerre avevano però anche un altro scopo: procurarsi il cibo. E poiché sull’isola ormai scarseggiavano sia i prodotti della terra che gli animali, si prese a mangiare l’unica cosa che ancora abbondava: la carne umana.
Il giorno di Pasqua del 1722 l'esploratore olandese Jakob Roggeveen sbarcò sull’isola, dandole il nome di Isola di Pasqua. Fu seguito da altri europei, tra cui il famoso capitano James Cook che si trattenne sull’isola per quattro giorni, durante i quali furono raccolti moltissimi dati scientifici e archeologici.
Gli europei erano sorpresi dal vedere le enormi statue e non riuscivano a spiegarsi come gli abitanti, che non disponevano nemmeno di barche degne di questo nome, potessero averle trasportate. Cominciarono così a diffondersi idee fantasiose, che chiamavano in causa l’antico e scomparso continente di Mu, oppure misteriose forze magiche o, ancora, gli immancabili alieni.
Solo con studi più accurati si cominciò a capire come le cose fossero andate e di come la civiltà dell’Isola di Pasqua si fosse autodistrutta per l’incapacità di equilibrare lo sfruttamento delle risorse naturali.
Se state scuotendo la testa di fronte a tale disastro, guardatevi allo specchio, e toglietevi dal volto quello sguardo di superiorità.
Anche noi ci troviamo su un’isola, la Terra, da cui è impossibile allontanarsi. Le cui risorse sono, per quanto enormi, limitate. E se non troveremo al più presto sistemi più razionali per sfruttarle, sistemi più compatibili e di minor impatto, presto o tardi, noi o i nostri discendenti, ci troveremo di fronte ad una crisi da cui sarà impossibile uscire senza pagare un conto molto salato e senza maledire la stupidità nostra o quella delle generazioni precedenti.

venerdì 12 marzo 2010

CRONACHE DALLA CIECAGNA A SIAMO IN ONDA




SABATO 13 MARZO - Chiudi gli occhi e ascoltaci, fratello! Stasera più che mai...



La Poetrice vi presenta i tre amici ospiti di Siamo In Onda: sono tre bravi ragazzi non vedenti, anzi CIECATI, come si definiscono loro stessi, che qualche anno fa hanno scritto un libro sulla loro condizione.
E’ un libro nel quale mi sono imbattuta grazie ad un’amica non vedente conosciuta qualche anno fa al Dialogo nel Buio, all'Istituto Ciechi di Milano. Lei, Alessandra, me ne ha parlato e io, dopo aver visitato il sito messo in piedi dai tre autori mi sono incuriosita alla massima potenza e ho ordinato il volume a una delle librerie torinesi indicate nel sito.

“Cronache dalla Ciecagna” arriva subito dopo il successo delle Cronache di Narnia e, come in quell’ epico romanzo fantasy ci sono tre protagonisti alle prese con un mondo che però non ha nulla di virtuale o di fantastico, ma somiglia tanto alla nostra quotidianità. Un mondo che conosciamo bene, una realtà fin troppo reale, che diventa epica ogni mattina, per i tre protagonisti del libro: sì, perché arrivano dal Pianeta Ciecagna e, nonostante il cane guida, nonostante la tecnologia, nonostante i corsi per non vedenti, nonostante l’esercito di buoni samaritani in giro per la città… mettere il piede fuori dal portone di casa ogni mattina per loro non è esattamente un’esperienza tranquilla.
E così questi tre amici , Marco Pronello (Talpa ) Sergio Prelato (Fanale ) e Sergio Polin (Pipistrello) ci raccontano con luminosa ironia la loro quotidianità di non vedenti in un libro leggero, che scardina l’idea, anzi meglio dire “la visione” che tutti abbiamo sulla cecità e sui ciechi.
Scritto a sei mani, le Cronache dalla Ciecagna hanno un linguaggio immediato, scorrevole, spesso comico nella descrizione delle reazioni e dei comportamenti della gente “normale” davanti a una persona cieca. Ogni cosa diventa un’avventura, se non una vera e propria impresa da portare assolutamente a termine, tra tram sbagliati, bancomat traditori, tassisti ipersolleciti e abiti poco indicati per l’occasione…
Si ride e si pensa, perché i ciecati hanno il coraggio di ammettere: “ …se la gente ci vede come bestie rare la colpa è anche un po’ nostra, perché ci nascondiamo, ci chiudiamo nel nostro guscio di sottogruppo e sappiamo solo rivendicare e non comunicare in modo assertivo” .
I ciecati in Italia si potranno definire “minorati della vista” ma non possono essere definiti “minoranza”: i dati ci raccontano di 350.000 ciechi assoluti e 1.600.000 ipovedenti.
Personalmente credo che sia il caso di fare qualcosa di più che segnare sulle scatole dei farmaci il nome in braille…

Come vi dicevo, il libro che costa € 12,00 per ora si trova solo a Torino, ma vale la pena contattare direttamente il sito dell’editore www.elenamorea.it oppure telefonare alla Libreria Zanaboni (011.6505516) per farselo spedire in contrassegno.
Sul sito di Pianeta Ciecagna il dialogo con gli autori non si ferma mai e il loro blog è una finestra aperta su un mondo tutto da guardare, con ironia e intelligenza.

Dopo le "Cronache" ecco un altro libro: “Colpo di stato a Ciecagna” di Sergio Prelato e Marco Pronello - Edizioni Nuovi Poeti , € 10.
Per tanta gente il mondo dei ciechi è come le stelle dell’universo: le vedi (quando le vedi) ma non ne sai molto. Spesso è un insieme di luoghi comuni, Per i curiosi, come me, è da studiare approfonditamente, cadendo sistematicamente nei luoghi comuni di cui sopra...
Per non pochi cretini (visto anche il tema della puntata!)– come quella signora che insisteva per dare l’elemosina a una ragazza non vedente, che vestita elegantemente attendeva una amica a Piazza di Spagna per andare a cena – vuol dire essersi fermati alle letture dei libri dell’Ottocento o peggio. Per un numero cospicuo di volenterosi sensibili, disponibili e intelligenti questo mondo dei ciechi è semplicemente un mondo di diversamente abili.
Dicono Sergio E Marco “Immaginiamo il mondo di Ciecagna come una comunità apolide e globale; governato da istituzioni composte da associazioni simili a quelle terrestri che hanno – o dovrebbero avere – il compito di rendere ai ciechi più facile la vita sulla terra che li ospita.
In questo mondo, ormai privo anch’esso di ideali, due non vedenti e un ipovedente decidono di agire in modo drastico verso i dirigenti di Ciecagna con l’intenzione di prendere in mano la sorte dei ciecati e operare un cambiamento in meglio della loro vita sulla terra”.
Questo è l’assaggio. Che dovrebbe bastare a capire quello che viene nelle 116 pagine successive. Uno spasso, una lezione di vita donata da persone simpatiche e burlone. Il tutto con un linguaggio diretto e trascinante. Un intreccio intelligente, composto da un ventaglio di avventure tra le quali c’è lo spazio necessario per vivere a tu per tu con quella umanità che tutti invocano e di cui poi, in concreto, se ne fottono. (grazie a R.Terrosi - Il Corriere dei Ciechi)

sabato 6 marzo 2010

Paolo Franchini fotografa il noir


Fotografia è un termine di derivazione greca che nasce dall'unione di 'photos' (ovvero luce, rilucere) e 'graphia' (cioè disegno, dipingo, rappresento).
In pratica, è l'arte di fissare sulla carta o altri supporti, come il legno o il vetro, tutte le immagini che si trovano di fronte alla lente di una camera oscura. La luce esercita la propria azione chimica sopra un reagente che copre i supporti (per semplicità, la pellicola) e disegna le immagini raccolte.
Con l'avvento del digitale, comunque, tutta questa poesia è andata un po' a farsi benedire...

I libri più venduti in Italia nell'ultima settimana
10 - Il peso della farfalla , Erri De Luca , Feltrinelli , €. 15,00
9 - Così in terra, come in cielo , Andrea Gallo , Mondadori , €. 15,00
8 - Il giovane Holden , Jerome D. Salinger , Einaudi , €. 12,00
7 - L'eleganza del riccio , Muriel Barbery , E/O , €. 18,60
6 - L'ipnotista , Lars Kepler , Longanesi , €. 18,00
5 - La malapianta , Gratteri & Nicaso , Mondadori , €. 18,50
4 - Il tempo che vorrei , Fabio Volo , Mondadori , €. 18,00
3 - La principessa di ghiaccio , Camilla Läckberg , Marsilio , €. 17,50
2 - Cotto e mangiato , Benedetta Parodi , Vallardi, €. 14,90
1 - Le perfezioni provvisorie , Gianrico Carofiglio , Sellerio, €. 14,00

Qualche consiglio di lettura noir

Una foto dal passato (di Patrizia Debicke Van der Noot)Euro 15,00 - Pagg.350 - Lampi di Stampa
Roger è un famoso giornalista che sta attraversando un momento di depressione dopo che la moglie è uccisa in una villa di Parigi insieme al fratellastro dell'uomo. La polizia aveva attribuito il delitto a una banda di drogati, ma a un anno esatto dall'omicidio arriva una lettera molto strana: è uno scritto del fratellastro, qualche riga che risale a pochi giorni prima della sua uccisione con prega il fratello di far luce sull'accaduto. Strano, tutto molto strano...

A sua immagine (di James BeauSeigneur)Euro 18,00 – Pagg.384 – Nord
In questo romanzo si parla di quella che potrebbe essere la prima fotografia della storia: la Sindone.
Nell'Apocalisse, si sa, san Giovanni parla del ritorno di Gesù e della fine del mondo. Anche i credenti più convinti, faticano a immaginarsi questo "ritorno", ma esiste un'ipotesi affascinante: e se Dio ci avesse permesso di perfezionare le tecniche di clonazione proprio per questo? Lo spunto è a dir poco "scandaloso", ma proprio da qui prende il via questa storia nera. Durante lo studio effettuato sulla Sindone nel 1978, uno scienziato preleva dalla reliquia alcune cellule e decide di clonarle. Il risultato dell'esperimento? Christopher, un bambino normale, ma anche il clone di Gesù.

L'occhio lungo (di Franco Enna)Euro 11,00 – Pagg.298 - Sellerio
Franco Enna è un nome che, a molti, può dire poco: è comunque lo scrittore a cui si deve la provincializzazione del giallo italiano. Lo stesso Italo Calvino aveva dato una sentenza definitiva: il mondo domestico non può essere lo scenario di un poliziesco. In ogni caso, Franco Enna (il cui vero cognome è Cannarozzo) osò forse più di ogni altro e, negli anni Cinquanta, tuffò il delitto e il torbido nelle nostre province, anche in quelle più folcloristiche come Pantelleria. E creò il genere che Alberto Tedeschi definì 'giallo d'arte', quello che oggi è per tutti il 'giallo realistico'.

Compleanno letterario
Anche oggi si festeggia un compleanno importante: spegne 83 candeline lo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez che nel 1982 vinse il Nobel per la letteratura. La sua prosa è sempre stata scorrevole ma, soprattutto, attraversata da un'ironia un po' amara, soprattutto quando gioca fra presente e passato, fra realtà e fantasia, fra storia e leggenda. La maestria di Marquez è anche quella di gestire con grande sapienza sia i 'flash-back' sia le narrazioni parallele.

La sua opera più nota è senza dubbio 'Cent'anni di solitudine', ma devono essere citati anche altri capolavori come 'Cronaca di una morte annunciata' oppure 'L'amore ai tempi del colera', storie grandiose sia in libreria sia al cinema.

L'evento

Colgo l'occasione per segnalare un'importante mostra di fotografia che si inaugura proprio domani alle 17 al MIDEC di Cerro di Laveno (VA), sul lago Maggiore. Si tratta della personale 'L'ultima trasparenza' del fotografo varesino Giacomo Vanetti, classe 1974, che presenta numerose opere nate dopo il ritrovamento casuale di alcuni vecchissimi registri che annotavano l'attività quotidiana della fabbrica di ceramica Richard Ginori di Laveno Mombello.

L’uomo nella fotografia



«Tutto cominciò in un bar sul lago. All’improvviso vidi quell’uomo che fissava Giada. Ricordo, non so dire perché, di aver pensato che doveva essere lì da molto tempo. Non dissi nulla, perché avevo solo voglia di divertirmi, però convinsi gli altri ad andare subito al disco pub.
Mentre guidavo avrei voluto chiedere a Giada di quell’uomo, ma pensai che se non lo conosceva era inutile spaventarla. Se lo conosceva forse avrebbe mentito.
Nel locale cominciammo subito a divertirci. Con il cellulare scattavo un mucchio di foto a me e a Giada da mettere su Facebook. Sul più bello però vidi di nuovo l’uomo, seduto su una poltroncina di pelle nera in un angolo, che continuava a fissarla con quegli occhi più profondi della notte.
Immediatamente gli scattai una foto, per mostrarla ai miei amici e vedere se qualcuno lo conosceva. Poi trascinai Giada via dalla pista portandola su un divanetto dall’altra parte.
Lei però era arrabbiata con me. Diceva che le avevo fatto male.
Non mi sembrava di essere stato violento. Pensai che reagisse così per colpa di quell’uomo. Mi alzai a guardare se era ancora seduto e per cercare gli amici, ma non vidi né l’uno né gli altri. Giada invece si era alzata e se ne stava andando, camminando sui tacchi alti, con la borsetta in mano. La rincorsi, ma c’era così tanta gente che facevo fatica a starle dietro.
Quando la raggiunsi nel posteggio, vidi l’uomo di fronte a lei. Un sorriso gli scopriva denti che scintillavano alla luce dei lampioni. Fui preso dalla rabbia e mi lanciai contro di lui per dargli il fatto suo, ma quel vigliacco si era nascosto.
Voltandomi vidi il volto sconvolto di Giada. Cercai di calmarla, la presi per mano e la trascinai in macchina. Un attimo dopo sgommavo via da quel posto, pensando di essermi liberato di quell’uomo.
Non ricordo con esattezza cosa sia successo dopo. Devo aver sbagliato strada. Credevo fosse una scorciatoia, invece finiva in mezzo al bosco. Dovetti fermarmi. Giada urlava e piangeva in preda al terrore. Ricordo che scesi dall’auto e che di fronte a me c’era l’uomo che mi fissava. Non so cosa sia accaduto dopo. Quando ho ripreso i sensi c’era solo Giada accanto alla macchina. Morta.»
Il giovane si mise le mani sulla faccia, singhiozzando.
«Si calmi» disse il commissario, dandogli un bicchiere d’acqua. «Ha detto di aver scattato delle foto a quell’uomo, no? Pensa di poterlo individuare in quelle che abbiamo trovato nel suo cellulare?»
«Certamente! Non potrò mai dimenticare il suo sguardo e quei denti scintillanti.»
Il giovane fece passare velocemente vari scatti, dove si vedevano Giada e altre persone sorridenti, finché finalmente trovò quella che stava cercando.
In essa si vedeva, in un angolo del locale, una poltroncina di pelle nera. Completamente vuota.

La prof Roaro, Robert Capa e la fotografia.

E’ “La morte di un miliziano” di Robert Capa.
Qualche anno fa hanno trovato dei negativi di Robert Capa, ed è uscito un dibattito sull’autenticità di questa foto. Secondo alcuni è una messa in scena (ed in effetti è la cosa più plausibile). Quello che io credo è che in realtà sia assolutamente senza senso domandarsi se documenti la morte di questo soldato specifico. Perchè anche se non lo fosse sarebbe comunque rappresentativo della guerra civile spagnola, e della guerra in generale.


The Falling Soldier, Robert Capa (1936)

Chi io sia, non ha importanza. Un soldato, un antifascista, un anarchico, un miliziano. Un uomo e basta.Federico Garcia Borrell, forse. Come io sia morto –se di una morte eroica in campo aperto o vilmente accasciato contro un albero-, non è di alcun interesse.
Forse non importa nemmeno che fosse il 1936 e che stessimo combattendo sul suolo spagnolo, a casa nostra, tra gli anonimi volti di quelli che prima erano nostri amici. Perché non ho cambiato le sorti della mia nazione, non da solo, almeno.
Mi chiedo se abbia senso dirvi dello stillicidio di quei giorni. Ma forse la mia vita non ha avuto nessun altro scopo se non questo, quello di raccontare. Non posso fare altro. E quindi vi dirò in eterno dell’arida terra andalusa tremante per le bombe, del sole alto e crudele a mezzogiorno, di un cielo azzurro, ironico e distante. Vi parlerò del tonfo di elmi vuoti ed il silenzio dopo le esplosioni, affinché nella vostra memoria rimangano l’odore di sangue ed un immagine confusa di cadaveri bianchi come gigli, e poco altro. Mi hanno sparato due volte. Un proiettile al petto mi ha dato la morte. Una pellicola ha reso la mia morte eterna.

Eleonora Roaro.

Live a Siamo in Onda

Ventesima puntata di Siamo in Onda. Nel salotto radiofonico del sabato sera di Puntoradio sono venuti a trovarci gli amici torinesi degli Egin, la compagnia teatrale gozzanese dei Malgascit e tanti altri amici. Ecco le foto della serata.

Belle con l’anima


Può una fotografia scatenare un’infinità di polemiche? Certamente si, soprattutto se essa diviene un simbolo per una nazione.
La storica foto che vedete qui sopra fu scattata dal fotografo americano Joe Rosenthal il 23 febbraio 1945 sulla cima del vulcano Suribachi sull’isola di Ivo Jima, nell’Oceano Pacifico. Essa ritrae sei marines mentre issano la bandiera dopo la conquista della montagna. Divenne uno dei simboli della vittoriosa controffensiva degli Stati Uniti d’America nella guerra scatenata dal Giappone con l’attacco a sorpresa contro la flotta americana ancorata a Pearl Harbour, nelle Hawaii, il 7 dicembre 1941.
Secondo alcuni la fotografia è una sorta di falso, in quanto non fu scattata al momento del posizionamento della bandiera sull’altura appena conquistata, ma più tardi, con i marines che posano per il fotografo. Anche i protagonisti della posa di questa bandiera sono quindi diversi da quelli che effettivamente piantarono il vessillo originale.
Ora, senza addentrarci nella selva di recriminazioni collegate all’episodio, è possibile dire che i critici hanno delle ragioni e che la foto non rappresenta effettivamente il momento della conquista del Suribachi. Questo però è sufficiente per dire che la foto sia un falso?
Per prima cosa occorre dire che la foto non rappresenta la conquista dell’isola, ma piuttosto l’inizio della conquista. La battaglia di Ivo Jima iniziò, infatti, il 19 febbraio e terminò il 26 marzo, oltre un mese dopo quel 23 febbraio in cui la foto fu realizzata.
I marines ebbero l’ordine di segnalare la conquista dell’altura, di rilevante importanza tattica, posizionando una bandiera. Così fecero, dopo feroci combattimenti contro i giapponesi, ma presto ci si rese conto che la bandiera era troppo piccola e non era visibile, così si decise di sostituirla, nello stesso giorno con una più grande, quella ritratta nella foto, per l’appunto. Rosenthal ritrasse il momento della posa della seconda bandiera e poté certamente approfittare della relativa calma della posizione per scattare la foto. Occorre precisare che quelli nella foto non erano modelli convocati per l’occasione. Tre dei sei marines ritratti nella foto furono infatti uccisi nei sanguinosissimi combattimenti svoltisi nei giorni seguenti.
Durante la battaglia furono uccisi circa 7.000 marines, cui vanno assommati i feriti e i dispersi, per un totale di circa 20.000 uomini, pari ad un terzo di quelli impiegati nell’attacco. La guarnigione giapponese, forte di 21.500 uomini, fu letteralmente annientata e vennero fatti solo 216 prigionieri. La violenza dei combattimenti e l’ostinazione della resistenza giapponese, fu uno degli elementi che contriburono alla decisione americana di sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ponendo fine alla guerra.
Pertanto, per quanto la foto non rappresenti il momento effettivo della conquista del Suribachi, essa rappresenta ugualmente lo sforzo di un’intera nazione per la vittoria in una guerra feroce e sanguinosa.
In altri termini potremmo dire che essa non ritrae la verità descrittiva dei fatti, ma la verità profonda di quei fatti, in qualunque modo essi si siano svolti. In altri termini ne ha immortalato l’anima. Cos’è infatti l’anima se non la verità profonda di una storia? In ragione di questa anche il peggiore peccatore può trovare il perdono, mentre l’ipocrita apparentemente perfetto finisce dannato per l’aridità ed il marciume che albergano nel suo cuore.
La fotografia, quando è arte, ha proprio questa caratteristica. Riuscire a ritrarre l’anima delle cose che inquadra, siano esse persone, luoghi o eventi.
Quando gli esploratori occidentali portarono la fotografia tra le popolazioni degli altri continenti, si sentirono dire che queste avevano paura che la loro anima potesse essere rubata. Da positivisti quali erano, gli esploratori classificavano queste cose tra le sciocche superstizioni. Probabilmente, invece, gli uomini più vicini alla natura avvertivano istintivamente la magia della macchina fotografica, descrivendola nel loro poeticissimo linguaggio.
Questo spiega la ragione di un’altra, inquietante, credenza. L’immagine dei vampiri, ma anche degli stregoni che hanno venduto l’anima al diavolo, non rimarrebbe impressa nelle fotografie. Pertanto, se dopo aver scattato una fotografia a qualcuno, vi accorgeste che la sua immagine non appare, potreste capire chi sia l’essere con cui, malauguratamente, avete a che fare…

mercoledì 3 marzo 2010

Per chi non c'era...


Giovedì 4 marzo alle 22 su Puntoradio potrete rivivere le emozioni dello spettacolo "Parole al vento / In teatro", andato in scena sul palco del Palacongressi di Arona due settimane fa.

Protagonisti i racconti e la musica di Siamo in onda, il talkshow del sabato sera di Puntoradio, con la partecipazione degli attori della Compagnia Teatrale La Corte dei Miracoli, i musicisti Moksha, Mario Ermini Burghiner e i Mazaröc, Ray Heffernan e Romy Biska, il cabaret di Düi & Mezza, le intemperanze di Fabrizio “Naso” Trabucco, le parole di Fulvio Julita e Fabio Giusti e le testimonianze di Tineke Everaarts con i volontari AGBD Arona.

Lo spettacolo si è svolto a favore di AGBD Arona - Associazione Genitori Bambini Down allo scopo di sostenere i progetti di crescita e integrazione dei giovani affetti da sindrome di Down.